• Accueil
  • > Recherche : musica arte sacra roma

Résultats de la recherche pour ' musica arte sacra roma '

Cristina Crespo – Muse Dannunziane – inaugurazione mostra 1 aprile

P1200125Isadora DuncanSharon kihara Fotos: Christa Blenk

Narrami, o Musa, le gesta …..

Palestrina è un’antica cittadina a sud di Roma che dal XVIII secolo divenne una delle tappe del viaggio di formazione verso sud, il cosiddetto „Grand Tour“. Già nell’antichità questa località adagiata tra le montagne era collegata direttamente a Roma tramite la Via Prenestina e in seguito la Via Casilina. Palestrina venne menzionata per la prima volta in documenti pontifici risalenti all’VIII secolo. Nel 1515 diede i natali al compositore di musica sacra Giovanni Pierluigi da Palestrina.

Cristina Crespo è nata a Roma, in un quartiere in cui alla fine degli anni cinquanta nei giardini si potevano ancora ammirare sculture e piante imponenti. Oggi dominano quasi ovunque gli uffici. Negli anni sessanta trascorreva quasi sempre le vacanze dalla nonna a Palestrina. La nonna aveva un grande giardino che era, soprattutto d’estate, il luogo preferito di Cristina. L’aver conosciuto in quell‘idillio floreale tutti quei fiori e arbusti esotici e variopinti ha sviluppato in lei un profondo legame e una sorta di affinità elettiva con la botanica e con gli abitanti del posto. Qui i bombardamenti degli Alleati nella seconda guerra mondiale arrecarono notevoli danni e molte piante deperirono. Tuttavia nei racconti della nonna e della prozia ricorrevano sempre determinate specie vegetali, tra cui anche un viburno bianco. Quest’albero molto particolare si è impresso nella memoria di Cristina che in seguito, da adulta, è riuscita a farne rifiorire uno. In quel giardino inoltre giacciono ancora le anfore ricoperte e nascoste dalle piante che Cristina già da piccola dipingeva con le saghe di Ovidio. I suoi pensieri ruotano costantemente intorno alle storie e alle leggende narrate dalla prozia e anche a quelle sottaciute, come le nozze indesiderate di sua figlia con un produttore di cinema muto.

A diciassette anni Cristina, ancora studentessa, trovò in una piccola bottega del centro un reliquiario, una specie di teca del tipo „Addolorata dei sette dolori“. Non disponendo del denaro per acquistare quel prezioso oggetto, l‘ottenne in cambio di quattro suoi dipinti. Quella teca fu per lei determinante e rappresenta oggi il punto di partenza dei suoi altari-teatro. Quando successivamente si trasferì con la famiglia in una casa sulla Cassia, la „venerazione mariana“ rimase nel suo atelier. Adesso è appesa proprio sopra la Wunderkammer di Cristina, in cui lei conserva oggetti di valore, conchiglie, pietre, piante o farfalle essicate e che, per inciso, nel Romanticismo avrebbe riempito di orgoglio chiunque avesse posseduto un simile „gabinetto delle curiosità“.

Il suo atelier è una miniera d‘oro e una stanza del tesoro à la Ali Baba: in esso sono allineati materiali di scena accumulati nel corso degli anni, tra cui un impressionante deposito di stoffe esclusivamente riciclate. Accanto ai veli trasparenti, che un tempo forse appartenevano alla Tersicore coronata di ghirlande, quando nel giardino della nonna spargeva l’impalpabile rugiada su bougonville, orchidee, pavonie e oleandri, si trovano preziose perle di vetro e filati, scampoli di stoffa e prove di cucito su tessuti tagliati e non più riutilizzabili provenienti dall’atelier di un designer italiano, un altro lascito della prozia. Tutti questi oggetti sono in attesa di fare ingresso nel suo personale Eliseo, nel Giardino delle muse danzanti, e di ottenere un loro ruolo.  Alcune marionette stanno già da anni in un angolo in paziente attesa di vedersi assegnare un compito o un ruolo in uno dei suoi teatrini. Talvolta manca l’acconciatura, un cappello o una collana o semplicemente solo lo sfondo, ma Cristina sa che cosa sta cercando soltanto quando l’ha finalmente trovato. Il suo atelier è un grande palcoscenico con tante porte, finestre e sipari, in cui si celano molti piccoli altari-teatro che devono solo essere scoperti e portati alla luce.

Muse Dannunziane

L’esposizione che Cristina Crespo sta preparando è dedicata alle piante e alle muse.

Le muse sono esseri trasognati e giocosi che a volte si innamorano di un Dio o di un mortale. Da queste unioni nascono figli dotati ed eccezionali come il bel Giacinto, ucciso per tragico errore da Apollo, la guida delle muse. George Balanchine creò la coreografia per l’„Apollon Musagète“ di Stravinsky,in cuiApollo danza impaziente con le muse Tersicore, Calliope e Polimniafino al Monte Parnaso. Dal sangue di Giacinto sbocciò un fiore che porta il suo stesso nome, che nel giardino di Cristina aspetta solo di appartenere a qualcuno. Anche il Lucio di Apuleio si trastulla ancora là, forse per trovare le rose che lo redimeranno dopo la sua sventurata trasformazione in un asino.

Cristina sa che senza il bacio della musa non c’è creazione, non c’è arte, non c’è musica, non c’è redenzione.

Tutte le cose che abbiamo dimenticato, chiedono aiuto nei nostri sogni. (Elias Canetti).

Originariamente le muse erano le depositarie della memoria, chiamate a coltivare e diffondere cultura, tradizioni, storie, usanze e ricordi. Mnemosine (la memoria), Melete (la pratica) e Aede (il canto ) formavano il trio di muse cui spettava il compito di trasmettere e divulgare le antiche leggende tramandate solo oralmente. Non era un’impresa facile, poiché le storie sugli dei, i semidei e i loro discendenti presumibilmente venivano trasmesse in toni positivi o negativi e arricchite di interpretazioni proprie a seconda di com’erano disposte le muse nei loro confronti. Soltanto in un secondo tempo il numero delle muse aumentò a nove e le aiutanti dei poeti si specializzarono tra l’altro nella tragedia, nella commedia, nella poesia, nella musica, nella danza e addirittura nell’astrologia, divennero più efficienti e popolari e infine celebrarono il loro ingresso nella pittura e nel teatro.

« Sulle macerie di un’epoca malata si erano incontrati il movimento e lo spirito, senza intercessione » scrisse Gottfried Benn in una novella.

Influenzato dal „movimento estetico“ inglese intorno ad Alma Tadema e Oscar Wilde, anche Gabriele D’Annuzio cercava di condurre la vita improntata al piacere riservata ad alcuni privilegiati. Che fossero muse, modelle, femmes fatales o fanciulle di buona famiglia, tutte volevano uscire dalla prigione di nebbia grigia dell’industrializzazione e mostrarsi imbellettate, misteriose e non affatto politicamente corrette. Attraverso la luce, il colore, i fiori e la danza ci si scrollava di dosso il rancido accademismo e ci si liberava delle costrizioni borghesi che predicavano un falso moralismo, per dirigersi verso una modernità sensuale e aperta. Nell’ebbrezza del Valzer di Vienna e nel decorativo stile liberty intorno al 1900, il movimento sotto forma di ballo diventò un fenomeno alla moda e l’Europa e l’America vennero travolte da una vera e propria ondata di danza che perdurò fino a metà del XX secolo e incluse anche il musical. „Movimento“ era peraltro anche una delle parole chiave dei futuristi, che però pensavano piuttosto alle macchine, alla velocità e all’obsolescenza. Tutte le grandi ballerine e i ballerini come Isadora Duncan, Lois Fuller, Ida Rubinstein, George Balanchine, Vaclav Nijinsky o Mary Wigman, la tedesca pedagogista della danza e pioniera della danza espressionista, si sono scatenati tutti più o meno contemporaneamente sui parquet e sui palcoscenici del mondo culturale occidentale. Girotondi orgiastici come quelli dipinti da Franz von Stuck o la danza della strega di Mary Wigman: confluirono insieme stile liberty, espressionismo o futurismo e si continuò a ballare, interrotti solo dalle due guerre mondiali, fino agli anni cinquanta.

All’Esposizione Universale di  Chicago del 1893 una ballerina sconosciuta, Little Egypt, fece furore dinanzi al pubblico internazionale eseguendo una danza orientale, o danza del ventre. Originaria dell’Egitto, tale danza allora era praticamente sconosciuta in occidente, benché alcune menzioni risalgano al 1700. Ovviamente fu uno scandalo e ci si indignò, come conveniva in un’epoca in cui non si poteva nemmeno mostrare un piede scoperto. Ma il pubblico era impazzito per Little Egypt. Questo senz’altro contribuì in modo decisivo a far abbandonare gli spettacoli in tutù per sperimentare qualcosa di nuovo, diverso e provocatorio.  Ida Rubinstein e successivamente Josephine Baker fecero poi cadere del tutto i vestiti; tuttavia il pubblico degli anni venti e trenta a Parigi era diverso da quello a cavallo del secolo. Aveva superato lo scandalo di Stravinsky e Marcel Duchamp ed era pronto.

Il termine danza del ventre probabilmente deriva dal francese, Flaubert la descrive, la „danse du ventre“, nei suoi reportage di viaggio. Nel 1906 Franz von Stuck dipinse la sua celebre Salomé e sembra che Cleopatra avesse sedotto Giulio Cesare con una danza del ventre, mentre la Regina di Saba  ballò per il Re Solomone dopo avergli fatto ricchi doni. Naturalmente anche Cristina Crespo si è già cimentata in questo ballo orientale ed ha perfino un’insegnante di danza del ventre.

Non vanno poi dimenticati il musical e il tip tap. Di questo ballo con scarpe munite di placchette di metallo si parlò per la prima volta già nel 1830, ma fu soltanto agli inizi del XX secolo che conobbe un vero e proprio boom, tra l’altro grazie al „dream team“ Fred Astaire e Ginger Rogers.

I misteri sono femminili, si mascherano volentieri, ma vogliono essere visti e scoperti, affermò il romantico Schlegel intorno al 1800.

Nello stile liberty le muse tornarono alla ribalta e i pittori, compositori o poeti non potevano più esistere senza di loro. Nella Secessione viennese Gustav Klimt aveva come sua musa Emilie Flöge, mentre Sigmund Freund e  Nietzsche erano più che incantati da Lou Andreas Salomé. Alma Mahler Werfel non era soltanto la musa del compositore Mahler, in sua assenza Kokoschka non poteva nemmeno respirare, Werfel non poteva scrivere e lei stessa non era nessuno senza loro tre. A Parigi Toulouse Lautrec non riusciva nemmeno a tracciare un segno sulla carta senza avere accanto a sé la ballerina di can can Jane Avril e Agustina Otero Iglesias, la ballerina e cortigiana spagnola che danzava nei Folie Bergères, fece perdere la testa a Parigi, mentre a Monaco Lola Montez faceva lo stesso con l’Imperatore Ludovico II.

I loro busti di ceramica sono realizzati nelle più diverse tonalità di bianco e, ispirati ai fiori preferiti del periodo liberty, indossano tutti un pomposo ornamento del capo. Alcune figure portano il loro tatuaggio di riconoscimento anche sulla schiena, come ad esempio Jean Cocteau, decorato con una scena tratta dalla „Parade“.

Ad un appuntamento nel Giardino delle muse danzanti sono invitate anche Olga Koklova, la più importante musa di Picasso e prima ballerina al Ballet Russe nonché la musa dei futuristi radicali, la danzatrice americana che si illuminava con il radio Lois Fuller. La compositrice franco-polacca Elzbieta Sikora ha reso omaggio alla Fuller nella sua ultima opera „Madame Curie“, in cui le ha assegnato un ruolo fatale. Si dice che la Fuller si rifornisse di radio dai Curie per apparire più luminosa degli altri nelle sue performance complesse ed innovative. Sotto le rose si nasconde l’altra musa del futurismo, la drammatica Isadora Duncan, che praticamente si strozzò da sola perché guidava troppo velocemente con il tettuccio dell’auto aperto e le si impigliò la sciarpa tra le ruote. E con loro naturalmente Ida Rubinstein, l’icona della danza degli anni trenta, provocatoria ed esotica-erotica, la ballerina preferita di Cristina, che la rappresenta continuamente in ruoli diversi, di cui uno dei più belli è una Maddalena nel deserto nera e mezzo vestita. Vi si incontrano inoltre la nobile romana Claudia Quinta, l’icona cult messicana Frida Kahlo adornata con sterlizie reali, la musa di Manet Lola di Valencia e la danzatrice del ventre Sharon Kihara. Vi vediamo altresìdanzarel‘attrice del cinema muto Brigitte Helm, la musa di Fritz Lang in Metropolis, e naturalmente l’avventuriera Mata Hari nonché Cleo de Mérode, la più bella ballerina in assoluto, come si riferisce. La lista delle muse danzanti è lunga e il suo giardino molto grande, ma prima o poi trovano tutte il loro posto.

Gabriele D’Annunzio (1863-1938) nacque 150 anni or sono. Cristina Crespo dedica a lui – ma soprattutto alle sue muse – questo progetto. Affascinata da quante donne interessanti e intelligenti riuscì ad avere questo militante nazionalista piuttosto piccolo di statura e non particolarmente attraente, ha concepito l’idea di un giardino delle muse danzanti. È di fatto un miracolo che D’Annunzio, amante dello sfarzo piccolo-borghese, kitsch e bombastico, tra le donne, le auto, i cavalli, il lusso, l’arte, la politica, gli acquisti (soprattutto scarpe) trovasse anche il tempo per scrivere. Nel 1883 rapì una giovane duchessa e la sposò contro il volere dei genitori. Dopo aver messo al mondo con lei tre figli e aver conosciuto Eleonora Duse, lasciò la famiglia. La Duse fu sicuramente la donna più importante della sua vita, lo ispirò e per di più gli poté procurare anche il lusso di cui lui aveva bisogno. Più avanti egli se ne andò a Parigi per sfuggire ai debitori e là ballò per lui Ida Rubinstein.

Ci si può perdere molto facilmente in questo giardino della memoria, è un labirinto e non tutti trovano la via d’uscita. In lontanaza si ode il sussurro e il silenzio bisbigliante dell’oracolo che descrive il percorso, ma ancora più importanti sono le esperienze, i desideri e le speranze personali. Se tuttavia non si dedica abbastanza tempo a queste storie, si rimane soltanto uno spettatore esterno e non si riesce nemmeno ad entrare.

Questo delicato progetto è il personale Grand Tour di Cristina Crespo. Per anni lei ha visitato i luoghi frequentati dalle sue protagoniste e si è recata molte volte sul Lago di Garda, dove c’è la dimora di D’Annunzio – forse anche alla ricerca dello spirito delle muse?

Ad aprile 2015 le muse agghindate saranno esposte a Roma alla Casina della Civetta. Questo palazzo degli anni trenta in stile liberty è incantevole proprio come il suo giardino e si potrebbe persino immaginare che le protagoniste della mostra prendano vita e scambino i ruoli con le muse che danzano alle pareti.

GIARDINO DELLE MUSE DANZANTI „Le Dannunziane“ è il titolo del suo libro che uscirà prossimamente in occasione della mostra. Muse, miti e leggende hanno da sempre ispirato e affascinato i musicisti e gli artisti e la storia dell’arte e della musica sarebbe molto povera senza le diverse interpretazioni della mitologia. Questo progetto invece è qualcosa di particolare, nessuno prima si era occupato in tal modo delle muse e delle ballerine, attribuendo loro fiori e piante: un omaggio più grande allo stile liberty non sarebbe possibile.

Mito e teatro

L’attuale progetto delle Muse Dannunziane di Cristina Crespo evoca un’associazione con gli altari-teatro a cui lavora dagli anni novanta. Non sono stati soltanto i suoi viaggi in Sudamerica, in Nordafrica o in Asia a motivare e stimolare queste composizioni teatrali, un contributo decisivo lo hanno dato anche i suoi studi sul Medioevo italiano nonché, come già menzionato, l’acquisto di una teca religiosa all’età di 17 anni. Questi ricordi e queste impressioni di usanze straniere e religioni pagane lei li fonde con la mitologia, le leggende familiari e la Commedia dell’Arte, dando vita così a questi affascinanti arrangiamenti teatrali. Le storie narrate qui trasportano lo spettatore dal dramma alla commedia, al giardino delle Esperidi, ricordano la Genesi e richiamano Ovidio. Alcune figure, come „Uta nuda“, sono semplicemente collocate in una scatola di legno che un tempo forse era servita a confezionare un liquore pregiato. Non molto lontane giacciono anche Danae o i suoi prediletti come la sacerdotessa di Afrodite Ero e il suo amante Leandro. Edipo e la Sfinge sono interpretati molto liberamente. Il primo sta sopra le mura di Tebe con la mano appoggiata sull’ala dorata della sfinge tentatrice di Franz von Stuck. Lei sta precipitando o lui la vuole sorreggere e forse salvare Giocasta dalla morte. La scena è incorniciata da tonalità simboliste che evocano l’Ofelia di Millais.

Dinanzi a queste composizioni teatrali non si può fare a meno di pensare ai pupi siciliani, ma anche alle edicole sacre tanto diffuse nelle strade del sud o al culto del presepe a Genova, città da cui proviene originariamente la sua famiglia. Generalmente nelle edicole è raffigurata una Madonna con bambino e sono piene zeppe di tesori o di altri oggetti tipici di una Wunderkammer, con ricordi e proponimenti del committente o costruttore e stanno là appese, leggermente impolverate e un po‘ tristemente decadenti, raccontando la storia del passato.

Le sue crezioni laboriose e barocche sono un mix di pittura, scultura e poesia che in combinazione con le tradizioni, le religioni e i rituali diventano opere d’arte. Un horror vacui organizzato che induce a inventare tante piccole storie collaterali e a mettere ordine in un caos che in realtà non vuole affatto essere ordinato. Il suo stesso atelier è come un enorme teatro in cui il palcoscenico, la stanza dei materiali di scena, i camerini degli attori e la sala degli spettatori non sono separati e vengono soltanto spostate delle pareti dietro alle quali si scoprono altri piccoli palcoscenici. Queste costruzioni teatrali risalgono agli anni novanta e sono realizzate soprattutto in legno, stucco, stoffa, tulle, metallo e acrilico. Nel video sul „Giardino Notturno della Marchesa Casati » si può comprendere bene il processo di creazione.

Cristina Crespo in passato cantava, soprattutto musica barocca, e a volte si potrebbe ritenere che nelle sue messe in scena pensi alle opere di Händel o ai lavori di von Lully e Purcell e che in queste scatole teatrali collochi proprio loro, oltre che se stessa. Peraltro tratta molto liberamente le storie  – come lo facevano anche le muse – e sovente conferisce loro una vita propria, come un  autoritratto.

Questi gioielli hanno origine con un complesso lavoro di cesello. I materiali per i suoi feticci li procura lei stessa, cercandoli spesso a lungo. Così ad esempio i „capelli“ più belli provengono dal suk di Marrakesch. Cofanetti di legno, cartone, carta, colore, perle e fili vengono combinati come attraverso una formula magica del Dr. Faustus. Sua nonna le ha lasciato in eredità avanzi di merletti ingialliti, passamanerie e bordure, che lei usa per adornare regine o principesse o le sue muse. Accanto alla Isadora Duncan appena ultimata si trova, mezza nascosta, una piccola teca: „Questa è Dalida“, dice Cristina. Indossa una meravigliosa veste dorata e si rivolge una pistola alla testa. Cristina toglie la marionetta e apre una seconda porta, per così dire un doppio fondo da cui viene alla luce un disco (45 giri) con una canzone di Dalida. Si aprono costantemente porte, da cui emerge il suo passato o quello di un’altra artista. Talvolta anche i destini si mescolano.

Lei idea, disegna, cuce, incolla, combina, dà la forma a fili di ferro e teste di gesso e una volta ultimati gli abitanti passa a costruirne la casa o una grotta, finché arriva finalmente il momento dell’installazione, della messa in scena. Il processo di realizzazione è molto lungo e laborioso, include complessivamente fino a 13 passi da eseguire nell’arco di diverse settimane. Figurine preconfezionate da lei servono come prova. Un lavoro faticoso, dispendioso e paziente. Le marionette portano per lo più i capelli lunghi, scialli fluttuanti e molte collane, come Cristina ama farsi vedere. I busti in ceramica delle muse vengono cotti da lei stessa nel suo atelier di Ostia. 

Oggi Cristina Crespo vive con la famiglia nella periferia di Roma, sulla Cassia al km 12: qui nel Medioevo sostarono i crociati per rinfrescarsi dopo il lungo viaggio prima di fare visita al papa a Roma. Questa importante strada consolare ha una grande rilevanza anche perché conduce al Ponte MIlvio e tutti coloro che nel XVII e XVIII secolo intraprendevano il viaggio di formazione dal nord entravano a Roma passando per questo ponte, esso conduce direttamente a Piazza del Popolo, dove Goethe riceveva i suoi ospiti. Egli infatti divideva con Tischbein un appartamento su Via del Corso, a soli 20 m di distanza dalla piazza.

Benché la sua vita sia profondamente radicata nelle storie del passato, dagli anni novanta Cristina si interessa e si impegna molto anche per l’arte contemporanea ed ha collaborato a lungo ad una serie per l’emittente televisiva italiana „Art News“. In quel periodo hanno avuto origine documentari su Edward Hopper, sul futurismo, Francis Bacon etc. Contemporaneamente è stata spesso ospite ed ha lavorato alla Fondazione Orestiade di Trapani, in Sicilia. Per la rivista d’arte „Cahiers d’art“ Cristina ha illustrato alcuni dossier, tra cui un ciclo su  Friedrich Dürrenmatt (La morte della Pizia) e uno su Novalis (Inni alla notte). È un’artista senza tempo, che si sente a casa in ogni secolo o in nessuno. 

Vorreste fare del tempo una corrente sulle cui rive sedervi a guardarla fluire. Eppure ciò che in voi è senza tempo, sa che la vita è senza tempo. E sa che ieri e domani non sono che il ricordo ed il sogno dell’oggi. (Khalil Gibran, Il Profeta)

Ad aprile 2015 giungerà finalmente l’ora, si aprirà la porta del giardino delle memorie e Apollo e Euterpe accompagneranno con la musica la danza delle muse. 

P1200091

Text in deutscher Sprache

Christa Blenk

 tradotto da Fiorella Pavan

 

Votre nom : (oblig.)
Votre email : (oblig.)
Site Web :
Sujet :
Message :
Vous mettre en copie (CC)
 

La Giuditta – versione italiana

 

guiditta dopo il concerto

 

Timida guerriera di Dio o seducente Mata Hari – La Giuditta di Alessandro Scarlatti nella Filarmonica Romana (18.12.2014)

Come succede quasi sempre negli oratori, Alessandro Scarlatti, compositore dell’Italia del sud (1660 -1725) elabora nella “Giuditta” un tema allegorico tratto dalla Bibbia. Nel 1693 fu creata la prima versione della Giuditta per cinque voci. Sei anni più tardi seguì la seconda stesura per tre voci e noi siamo stati alla rappresentazione di quest’ultima al Teatro Olimpico.Il cardinale Pietro Ottoboni scrisse il libretto. Era il bisnipote del cardinale Pietro Vito Ottoboni che fu eletto papa nel 1689 con il nome di Alessandro VIII, in un periodo, in cui l’opera era proibita a Roma.

Già nel 1676 papa Innocente XI, severo e poco incline alle arti, dispose per la prima volta un divieto dell’opera, in una Roma che secondo lui era del tutto corrotta ed amorale. Per lui le arti figurative erano riprovevoli e l’opera indecente. E come reagisce il mondo della musica romana? Inventa l’oratorio, prende temi della Bibbia e mimetizza rappresentazioni che assomigliano all’opera in veste di oratorio ecclesiastico, di modo che fossero presentabili anche in chiesa. Fu una mossa geniale, se si considera che tale musica poteva essere suonata addirittura nel periodo d’avvento, senza censura. La cosa più importante era che si rispettasse il contenuto biblico. “La Giuditta” di Alessandro Scarlatti appartiene esattamente a questa categoria.

Quando Händel nel 1707 giunse a Roma, il divieto dell’opera era ancora in vigore; pertanto tanti di questi Musikspiele venivano rappresentati in grande stile, ma solo in ambito del tutto privato.

Nella Giuditta Scarlatti ha messo in musica una parte del libro apocrifo “Giuditta” del Vecchio Testamento (ca. 150 a.C.). La storia inizia quando il re degli assiri, Nebukadnezar, occupa Betulia e chiede agli Israeliti la sottomissione e il pagamento di alte tasse. La vedova e principessa Giuditta si trasforma, senza stare troppo a pensare, in unagente segreto come Sidney Bristow, e decide di recarsi nella tana del leone, nell’accampamento di Oloferne, per salvare la città e il suo popolo. Entra di soppiatto nel cuore dell’accampamento del sommo condottiero Oloferne, accompagnata soltanto dalla sua nutrice. Grazie alla sua bellezza riesce a incantarlo e sedurlo, forse lo fa bere, e dopo un abbondante banchetto gli taglia la testa. A missione compiuta rientra con la sua nutrice a Betulia – probabilmente senza pentimenti – e presenta al popolo la testa di Oloferne. Israele è salvo. Nella maggioranza delle rappresentazioni rimane in dubbio, se Giuditta sia pentita o meno. È un’eroina o un’assassina?

La storia della bella vedova coraggiosa è stata non solo un tema molto ricorrente nella musica, ma è stata anche messa su tela da numerosi pittori durante il barocco. Anche se può sembrare che la storia sia un’esaltazione della violenza e dell’assassinio, rappresenta al contrario la condanna degli stessi.

Alessandro Scarlatti, che operò principalmente a Napoli e a Roma, dove la sua musica sacra fu suonata senza limitazioni, scrisse malgrado i divieti 114 opere e, in vita, era famoso soprattutto come compositore d’opera. Oggi sono più noti la sua musica vocale sacrale, le cantate, i mottetti e le messe. Ciò è dovuto al fatto che delle sue opere esistono poche registrazioni e pertanto non vengono rappresentate. Durante gli ultimi anni della sua vita si è occupato principalmente di musica sacra e di oratori. Discendeva da una famiglia di musicisti dell’Italia meridionale. Anche uno dei suoi figli, Domenico, raggiunse fama mondiale.

L’Italia avrebbe bisogno di qualcuno come William Christie che 40 anni fa ha scovato ed elaborato tante composizioni di Luly e Rameau. Forse Alessandro Quarta è l’uomo giusto?

 Gli oratori di Scarlatti testimoniano il suo talento nel saper interpretare testi, estraendo al massimo la loro potenziale drammaticità musicale. Minuziosamente e vigorosamente sa trovare le situazioni e i punti culminanti di una storia. Bach, Händel, ma anche Caldara hanno imparato e preso molto da lui. Si potrebbe dire che è lui il fondatore della scuola dell’opera napoletana, ma anche un rinnovatore della musica barocca. Si parla di 30 oratori, di cui 22 oggi sono ancora noti e parzialmente registrati. Con la seconda stesura di “La Giuditta” per tre voci (che abbiamo sentito ieri) ha introdotto una nuova musica, o meglio, la musica del 18esimo secolo. Fin dall’inizio ci si sente quasi da Rameau. Non si capisce perché ancora tante delle sue opere giacciano dimenticate nel profondo degli archivi.

Nel 1744 Johann Matthesay, compositore, scrittore musicale e mecenate di Amburgo (1681 – 1764), ha scritto quanto segue:

Secondo la mia modesta opinione un buon teatro d’opera non è altro che l’alta scuola di tante belle scienze, dove si uniscono e si mettono alla prova, tutti insieme e singolarmente, l’architettura, la prospettiva, la pittura, la meccanica, l’arte del ballo, l’actio oratoria, la morale, la storia, la poesia e soprattutto la musica per il divertimento e la ricreazione di nobili e giudiziosi spettatori.”

Con questo commento ha riunito l’opera italiana, francese e inglese del 18esimo secolo in una sola frase.

Ma passiamo ora finalmente alla rappresentazione:

Il Concerto Romano con Alessandro Quarta ha presentato l’oratorio con tre eccellenti cantanti.

Francesca Aspromonte, un’incantevole e convincente Giuditta, che a soli 23 anni ha una voce incredibile e un grande fascino. Piena d’energia drammatica, di sicurezza e d’espressività ha ripetutamente sorpreso il pubblico. Oloferne è il tenore italiano Luca Cervoni. Non aveva assolutamente nulla di cattivo e d’aggressivo ed era, con la sua bella voce mite, morbida e flessibile un Oloferne del tipo “softie”. Forse Giuditta avrebbe potuto innamorarsi di lui, ma il libretto certo non lo prevede. È vero che ci sono state delle rappresentazioni, p. es. alcuni anni fa a Magonza, che davano una caratterizzazione diversa. Il primo atto era già perfetto, ma nel secondo atto tutti hanno addirittura superato se stessi – anche la musica. Bellissimi passaggi al violoncello, soprattutto nell’aria di Giuditta “Non ti curo, o libertà…” e poi nel duetto di Giuditta e Oloferne “Piega o duce il capo alterno…”. E lui rispondeva “Ogni cura,ogni pensiero…” Cristallina lei, dolce lui. E poi naturalmente Hilary Summers nella veste della nutrice, grande, forte, fidata, protettrice. Con la sua voce calda, regolare e vellutata è stata perfetta per il suo ruolo. Lei ha forse l’aria più bella di tutta l’opera, un lamento nel secondo atto “Dormi o fulmine di guerra…” Si rammarica della guerra, dell’umanità e di Giuditta che si sacrifica per salvare il suo popolo. In quest’aria ci si sentiva venire la pelle d’oca e gli occhi s’inumidivano. La Summers era incredibilmente convincente e bravissima. Dopo un duetto tra la nutrice e Giuditta da cui si percepiva l’annunciazione della fortuna e della felicità, arriva l’aria di Giuditta che è un’ aria contro la guerra che rammenta ancora il suo sacrificio per la libertà. Benché il sacrificio non avvenga, ma potenzialmente avrebbe potuto verificarsi, se Giuditta non fosse riuscita a fuggire. Riesce invece a diventare la guerriera di Dio e l’eroina della storia.

I tre meravigliosi cantanti erano accompagnati con molto entusiasmo e dedizione dal Concerto Romano diretto da Alessandro Quarta. Quest’ultimo si fa trasportare dalla musica, semplicemente, senza fronzoli e senza kitsch. Si sente proprio quanto gli faccia piacere lavorare con questi musicisti e come la musica attraverso il suo corpo e le sue mani arrivi ai musicisti (egli effettua una sorta di ballo personale).

Alessandro Quarta ha fondato il Concerto Romano. Da quando l’orchestra trionfò nel 2009 in occasione dei Tage Alter Musik in Herne, egli è molto richiesto e si esibisce soprattutto in Germania (Philharmonie di Colonia), Austria (Konzerthaus di Vienna) e Roma spesso in Oratori belli. Il prossimo anno inizia con una rappresentazione nel Konzerthaus a Vienna in occasione del Festival Resonanzen, anche lì con Scarlatti.

Christa Blenk

tradotto da Brigitte Mayer

und hier zur Originalfassung in deutscher Sprache

 

Votre nom : (oblig.)
Votre email : (oblig.)
Site Web :
Sujet :
Message :
Vous mettre en copie (CC)
 

 

 

Misa Azteka beim Festival Internazionale di Musica e Arta Sacra

P1190202

Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra (22.-29. Oktober 2014 in Rom)

Nach Händels „Saul“,  dem „Deutschen Requiem“ von Brahms, Bruckners „Messe in F-moll mit Te Deum“, Schuberts „Lazarus“ war auch die 13. Ausgabe dieses Festivals wieder der deutschen Musik gewidmet. Doris Hagel, Leo Kraemer und Ingo Metzmacher standen u.a. am Pult aber auch von den Solisten kamen viele aus Deutschland. Gestern abend allerdings wurde die Linie unterbrochen und in der Basilica Sant’Ignazio di Loyola zwei zeitgenössische (süd)-amerikanische Werke aufgeführt.

P1190194

Die Misa Azteca von Joseph Gonzalez und das Requiem von Mark Hayes.

Der amerikanische Komponist Joseph Julian Gonzalez hat seine Misa Azteka 1997 komponiert. Uraufgeführt wurde diese musikalische Zelebration für Orchester, Chor und Solisten in sieben Sätzen ein Jahr später beim renommierten El Cervantino Festival in Guanajuato, Mexiko. In diesem Oratorium vermischen sich zwei Kulturen und Religionen zu einer unschlagbaren Symbiose. Mit indianischem Trommelgedonner geht es los und dann bricht auch gleich der Chor, der mindestens aus 80 Sängern, mit auf. Das spanisch-aztekisch gesungene Kyrie wird durch ein pompös-melodisches Gloria für Chor und Tenor  in lateinischer Sprache abgelöst. Der Bariton Victor Chan kommt aus Mexiko und hatte seinen persönlichen Kampf, um mit dieser Kuppelakkustik fertig zu werden. Er hat ihn aber gewonnen. Gewaltig und an Orff erinnerend das Graduale für Chor und Soprano ist komplett in der für uns absolut nicht nachvollziehbaren Azteken-Sprache verfasst. Als Grundlage hierfür hielten mexikanische Cantares her, die aus einem Manuskript aus dem 16. Jahrhundert stammen. Geschrieben Erklärungen oder Aufzeichnungen von den Rhythmus auf der Basis von vier Vokalsilben: ti, to, Ki, co, machen es heutzutage möglich, diese aztekische Musik umzusetzen und aufzuführen. Charisma Millers hohe klare Stimme setzt sich besser durch als die Mezzosopranistin Linda Scott. Das Credo gehört dem Tenor und ist wieder in spanisch-lateinischer Sprache verfasst. Es ruft Reminiszenzen an die mexikanische Volksmusik hervor und ist sehr rhythmisch. Das rauschende Sanctus, das dann erstmals zeitgenössische Passagen birgt, ertränkt die Mezzo-Solistin fast komplett. Vielleicht haben die ersten drei Reihen auf den pompösen Stühlen mehr gehört. Dann und wann wirft die dynamische und quirlige Dirigentin aus Chicago Teresa Russel den Kopf zurück um den Solisten, die vor ihr stehen, verzweifelte Blicke zuzuwerfen, um sie mit den verrückt spielenden Trommeln wieder zu vereinen. Es hörte sich aber trotzdem toll und doch wieder gewollt an. Das Agnus Dei wird daraufhin von aztekischen Kriegstrommeln eingeleitet und man darf sich so allerlei religiös-pagane Rituale vorstellen. Es gehört dem Chor, Tenor und Sopran. Beim letzten Teil, Ite Misa Est, hatten dann wieder Orff und Strawinsky Pate gestanden. Nach einer progressiv aufgebauten Spannung ging dieses bombastische und Werk mit Trommelhagel zuende. Im Programmheft stand auch, dass Gonzalez von Bachs H-Moll Messe beeinflusst war. Das habe ich nicht gehört – mag aber an der Akustik gelegen haben

Religiöse zeitgenössische Musik hat oft auch etwas konventionellere Züge, es soll ja die Kirchgänger nicht verschrecken. Das hat sich auch beim zweiten Werk gezeigt. Der 1953 geborene amerikanische Komponist Mark Hayes dirgierte selber sein Requiem, das 2013 in New York im Lincoln Centre uraufgeführt wurde. Er hat sich auch nicht so richtig an Atonales und Disharmonisches gewagt, sondern gründlich die verschiedenen Requiems von Mozart, Brahms, Faure und Duruflé studiert – und das hat man auch gehört. Hayes vertonte nur sechs der zwölf traditionellen Texte eines Requiems, d.h. Requiem Aeternam, Kyrie, Dies Irae, Sanctus, Agnus Dei und Lux Aeterna. Fast komplett in lateinischer Sprache mit Minireferenzen aus dem Englischen. Traditionell lösen sich Trauer, Angst, Wut, Frieden und Hoffnung ab. Nach dem wehmütigen Requiem ein lieblich-helles und klassisch-herkömmliches Kyrie, abgelöst von einem sehr zornig-wütigen ein wenig jazzigem Dies Irae für Chor und Bariton, der Rest dieer Komposition ist nur für Orchester und Chor gedacht. Eine interessante Rhythmusänderung kündigt das Sanctus an, bei dem ein sich wiederholendes liebliches Glockenspiel vorherrscht. Sein Agnus Dei ist reizend und seicht und hört sich wie Filmmusik zu einer Rosamunde Pilcher Schnulze an: Hoffnungsvoll und kuschelig. Leuchtend und sehnsuchtsvoll in C-Dur das Lux aeterna

Mit weit ausschweifenden Melodien und permanent sich verändernden und neu entwickelnden Tonarten fängt er die gesamte Spannweite der Emotionen und spirituellen Erleuchtung ein. Hayes hat es seinen Eltern gewidmet.

Gespielt hat das Orchestra Roma Sinfonietta, das mir unter Teresa Russell fast besser gefallen hat. Der Chor war gut zusammen gewürfelt aus verschiedenen amerikanischen Chören, die sich aber prächtig verstanden.

Rundum war dieser Nachmittag wirklich etwas besonderes.

Das Festival Internazionale di Musica  e Arte Sacra, findet dieses Jahr zum 13. Mal statt und wird mit einem Sonderkonzert « Nur für Wohltäter der Fondazione » mit Pssalite Deo Sapienter in der Päpstlichen Basilika San Giovanni in Laterano unter Leitung von Massimo Palombella zu Ende gehen.

P1190190

Diese Konzertreihe in den großen römischen Kirchen (incl. Petersdom) sind gratis. Man muss sich nur im Internet registrieren,  um dabei zu sein können. Dreiviertel der Plätze allerdings sind reserviert für kirchliche (und zivile) VIPs, Sponsoren und Reisegruppen (vor allem aus Deutschland). Diese dürfen im sonntäglichen Gewand nach vorne schreiten. Die Nichtzahler kommen entweder ganz früh oder müssen stehen. Gestern Nachmittag waren wir sehr früh dran und hatten schon beim ersten Anlauf einen ziemlich guten Platz. Da es aber ein sonniger Sonntagnachmittag war, zeitgenössische Musik die eher konservativen Kirchgänger vielleicht weniger anzieht und es um 21.00 Uhr in der Paulskirche außerhalb der Mauern Verdis Requiem auf dem Programm stand, durften wir kurz vor Beginn noch ca. 10 Reihen nach vorne rücken. Was ein Glücksfall war, da die Kirche zwar fantastische Fresken aber eine unmögliche Akkustik hat.

Christa Blenk

 

Votre nom : (oblig.)
Votre email : (oblig.)
Site Web :
Sujet :
Message :
Vous mettre en copie (CC)
 

 

Festival di Musica e Arte Sacra a Roma

P1190202 Konzert am Sonntag, 26.10. – Sanct’Ignazio di Loyola

Freitag, 24.10.2014 in Santa Maria Maggiore

Bruckner – Messe Nr.3 in F Moll (WAB 28)  und Te Deum (WAB 45)

PalatinaKlassik-Vokalensemble, Philharmonischer Chor an der Saar

Solisten: Susanne Bernhard, Oscar de la Torre, Susanne Schaeffer

Leitung : Leo Kraemer

Korrekte Aufführung in dieser Wahnsinnskirche, aber etwas flach (mag an der Akkustik gelegen haben). Keine Nachhaltigkeit, keine Höhen oder Tiefen, keine Fehler, keine falschen Noten und trotzdem un-perfekt. Sehr unruhiges Publikum und nach 50 Minuten begann ein Kommen und Gehen und Stühlerücken – jedenfalls auf den Plätzen für das gemeine Volk.

 

Am 25. Oktober ging es dann weiter in der Kirche San Giovanni in Laterano. gleicher Chor, gleiches Orchester, gleiche Sopranistin, gleiche Empfindung ….

 

Sonntag, 26. Oktober in der Basilica di Sant’Ignazio di Loyola ein Konzert mit zeitgenössischer Kirchenmusik, u.a.

Misa Azteca von Joseph Julian Gonzalez. Komponiert 1997 als Teil eines Begegnungsprogrammes mit dem Komponisten. Uraufgeführt wurde sie im Tijuana Cultural Center durch das Orchester von Baja California/Mexiko. Musikalisch kombiniert die Messe spanische und lateinische Texte der römisch-katholischen Liturgie unter Einbeziehung von mexikanischen Cantares.  Bachs H Moll Messe hat ihn dazu inspiriert, ebenso Strawinsky und Orff. Sozusagen ein Neo-Barock-Epos.

und das Requiem von Mark Hayes.

Sehr gute Aufführung trotz miserabler Akustik in der Kirche. S. ausführlicher Bericht …

 

Christa Blenk

 

Votre nom : (oblig.)
Votre email : (oblig.)
Site Web :
Sujet :
Message :
Vous mettre en copie (CC)
 

 

Ars Ludi – Gegen die Zeit

P1150217Ars Ludi nach dem Konzert in der Aula Magna della Sapienza

Percussioni allo specchio: battiti per sconfiggere il tempo :  Schlagen um die Zeit zu durchbrechen

Das Ensemble Ars Ludi gibt es seit 1987. Gianluca Ruggeri und Antonio Caggiano haben es ins Leben gerufen und sind immer noch der Motor dieser Percussionisten-Spezialisten. Wenigstens einmal im Jahr treten sie  in der Aula Magna in Rom auf und das war gestern abend der Fall.  Antonio Caggiano, Rodolfo Rossi, Gianluca Ruggeri und Flavio Tanzi haben  knappe 90 Minuten ein echtes beeindruckendes Musik- Fitness-Programm auf die Bühne gebracht.

Der Kampf zwischen den römischen Orazi und der Curiazi-Sippe aus Alba von Giorgio Battistelli (*1953) eröffnete das Konzert: die beiden Musiker kommen in Kampfhaltung – jeder von einer anderen Seite – auf die Bühne und nähern sich ziemlich wütend und ernst an, springen aufeinander zu und das Trommeln, begleitet von Urschreiben,  geht los. Während der musikalischen Tätigkeit müssen sie obendrein permanent auf einem Kieselkreis von einem Bein auf das andere stampfen. Battistelli liebt Baumaterialien, das haben wir ja schon bei seinem Werk  Experimentum Mundi (uraufgeführt in Rom 1981) gelernt. Unter dem martialischen Gemälde von Sironi passte diese Geschichte ganz vorzüglich.

Von Philip Glass (*1937) eine typische sanfte, leichte und harmonische Komposition Music in similar motion für 2 Marimben und 2 Vibraphone. Unverwechselbar und erholsam nach dem Orazi und Curiazi-Kampf, aber weniger spannend. Das zweite Stück für zwei Marimben komponierte Steve Reich (*1936) und das war – wie so oft bei ihm – eine lange Reise durch den Mittleren Westen mit dem Zug, wir sehen aus dem Fenster und die nur ganz langsam sich verändernde Landschaft zieht vorbei. (s. Artikel über die  Music of 18 musicians). Beide Kompositionen sind in den 60er Jahren entstanden.

Von John Cage (1912-1992), dem einzig nicht mehr lebenden von den gestern abend gespielten Komponisten, führten alle Vier die Third Construction für 4 Percussionisten auf. Hier kam von der Kuhglocke bis zur Meeresmuschel und Sambarassel alles zum Einsatz. Das war schon fast nicht mehr minimal sondern höchst chaotisch und aufregend und Extremsport.

Die Überraschung des Abends war die Fughetta editoriale für drei Sprechende von Paolo Castaldi (*1930). Eine Performance-Komposition für drei Sprachsolisten: Opera Buffa à l’italiana, witzig und originell. Der Text besteht lediglich aus Namen von Musikverlegern- oder Verlagen weltweit.  Castaldi erklärte es selber natürlich am Besten:   “Occorre curare in sede di prova il registro delle altezze, seguendo la disposizione delle note sull’‘esagramma’ che non è un pentagramma, perché si vuole evitare l’emissione intonata o ‘cantata’”. Una parte di questo pezzo, eseguita più lentamente, è quella dedicata agli editori di musica sacra. Può accadere che l’esecuzione si risolva in uno spettacolo da vedere, oltre che un pezzo musicale da udire «   was ungefährt bedeutet:  (« Man muss sich bei den Proben um den Umfang der Tonhöhen kümmern, indem man die Anordnung der Noten auf dem « Hexagramm » befolgt – also sechs, nicht fünf Notenlinien, weil eine intonierte oder « gesungene » Ausdrucksform vermieden werden soll. Ein Teil dieses Stückes, das langsamer dargeboten wird, ist den Herausgebern von Kirchenmusik gewidmet. Es kann passieren, dass die Darbietung sich zu einem Theaterstück zum Anschauen entwickelt, über ein reines anhörbares Musikstück hinaus. »)

Fantastischer Abend – hoffentlich kommen sie bald wieder!

QNG

Christa Blenk

 

Votre nom : (oblig.)
Votre email : (oblig.)
Site Web :
Sujet :
Message :
Vous mettre en copie (CC)
 

 

 

 

 


letzte Artikel

Figurengruppe – Emil Cimiotti

Figurengruppe - Emil Cimiotti

Archives

Visiteurs

Il y a 3 visiteurs en ligne

Besucher


LES PEINTURES ACRYLIQUES DE... |
ma passion la peinture |
Tom et Louisa |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | L'oiseau jongleur et les oi...
| les tableaux de marie
| création