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Hannsjörg Voth - testo Emanuel Borja in lingua italiana 400_1-150x150

Hansjörg Voth – i suoi progetti nella pianura Marha

Ordine sognato, architettura utopica – un arte che si svela e materializza nell’incontro inaspettato dell’artista tedesco con l’ispirazione illimitata del deserto, nel sud del Marocco.
Orizzonti senza fine, cieli sconfinati: il deserto da sempre è il luogo che isola dal mondo e allo stesso tempo brama al suo struggimento. Ivi esistono soltanto dissolvimento, smarrimento o mistica solitudine e rivelazione di follia, oracolo.

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Qualcosa nel profondo dell’anima di Voth – la sua riflessività insieme alle sue visioni pagano-religiose – lo spingono con forza in questo paesaggio brullo. Sembra che abbia trovato lì le fonti profetiche e cerimoniali della sua architettura e della sua arte.

Così negli ultimi 17 anni, durante i quali si era ritirato ripetutamente nella solitudine rigorosa del sud, sono nati i tre grandi progetti marocchini: la scala al cielo, la spirale d’oro e la città d’Orione. A differenza di lavori precedenti – forse più tecnici – i progetti realizzati nel deserto sembrano offrire un’interpretazione propria, sono messaggi insospettati, testimoni di tracce dell’antica civiltà berbera, sepolte dalla sabbia da secoli. Solo gli occhi, le orecchie o un certo sesto senso artistico come quello di Voth possono captarle e reinterpretarle – nel suono dell’infinità di una melodia sconosciuta, che attraversa il deserto in ogni direzione, accompagnata dal tenero impercepibile soffio dei Dijn.

Sabbia del deserto, lavoro e sudore, archeologia del futuro: duro e pesante è il lavoro dell’artista in questo luogo aspro nel posare la prima pietra nella tecnica tradizionale degli antenati ed erigere muri d’argilla. Come dimostrano le foto di Ingrid Amslinger, le opere d’arte di Voth si muovono con determinazione e bellezza inaspettata in limiti segreti: si muovono tra arte ed architettura e si difendono con la loro ermetica ecletticità a essere preordinati.

La bellezza è difficile, disse Platone. La maggioranza degli artisti, che sono riconosciuti come grandi, era ed è platonica nella misura, nella quale hanno e hanno avuto sempre la tendenza di creare nelle loro opere, nelle loro immagini e simboli, l’ideale perfetto dell’ordine, della simmetria, della bellezza, già previsti nel cosmo al momento della creazione del mondo. Tanti avanzano la pretesa su quest’ideale, ma solo pochi raggiungono l’obiettivo: si perdono nella giungla della banalità e si dimostrano incapaci di aprire al momento giusto la porta del labirinto segreto della creatività umana.

E’ stato molto speculato del rapporto tra l’opera di Voth e il cosiddetto “Land Art” degli anni sessanta e settanta. Questa conclusione è comprensibile; però io non posso riconoscere niente di questo nel modo in cui Voth agisce sui paesaggi, neanche percepisco le caratteristiche o le tracce di un artista della “Land Art”. Egli tratta i paesaggi piuttosto come uno schermo gigante.

Solo il paragone della spirale d’oro con quella di Smithson a Salt Lake dimostra in maniera convincente che l’unico elemento comune dei due lavori è il concetto della spirale.

Vorrei sottolineare che giusto nel momento in cui delle utopie collettive, dopo la caduta del muro a Berlino, sono state annientate, in cui la trama del caos oscura di nuovo tutto il mondo, l’artista Voth appare radicato nel deserto come i vecchi asceti, per lasciare ai posteri una nobile, chiara e durevole costanza della sua mitologia personale.

Anche se a causa delle illusioni, che nel presente ci guidano, le sue opere saranno sotterrate nei secoli venturi sotto la sabbia del deserto, un bel giorno un archeologo visionario e caparbio riuscirà a riassemblarle. Per la meraviglia di tutti libererà questo retaggio misterioso che l’artista ci ha lasciato nel Marocco del sud.

Emanuel Borja
(tradotto da Brigitte Mayer)

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