Pierre Boulez zum 90. Geburtstag

 

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Die Philharmonie Paris und das Musik-Museum feiern den größten lebenden Komponisten mit einer interessanten und umfangreichen  Ausstellung. Boulez als Komponist, Dirigent, Pädagoge, Intellektueller, Jäger und Sammler. Die Ausstellung zeigt, wie Literatur, Malerei, Theater oder Architektur in seine Kompositionen eingeflossen sind und umgekehrt.

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Philharmonie 1 und 2

Pierre Boulez zum 90. Geburtstag

Die Schau findet in der Philharmonie 2, la Cité de la Musique statt,  direkt gegenüber der noch nicht ganz fertig gestellten aber gerade eröffneten Philharmie 1 des französischen Stararchitekt Jean Nouvel. Initiator und Antreiber für diesen Bau war Pierre Boulez. Die beiden Konzertkomplexe sind Teil des Parc de la Villette im 19. Arrondissement und der Hauptsitz des Orchestre de Paris.

Über drei Jahre hat die Kommissarin Sarah Barbedette diese Ausstellung vorbereitet und  194 Exponate zusammen geholt: Partituren, Gemälde, Briefe, Manuskripte, Photos, Zeitungsausschnitte etc., die auf zwei Etagen im Dämmerlicht und ganz intim zu sehen sind. Leben, Arbeit und Philosophie dieses großen Menschen und Musikers soll hier entdeckt und verbunden werden.

Boulez hat ihr ziemlich freie Hand gelassen, sagt Barbedette. Chronologisch und thematisch aufgebaut  stützt sich die Ausstellung auf Kompositionen wie „Deuxième Sonate, Le Marteau sans maître, Pli selon pli, Rituel, Répons, Sur Incises, die in einen Dialog mit Joyce oder Mallarmé, Paul Klee, Bacon, Kandinsky, Cezanne, Chéreau oder Frank Gehry treten. Die Musik hört man überall aber besonders intensiv in den dafür vorgesehenen Ruhe-Musik-Räumen, in einem davon pendelt ein Mobile von Calder zu den Tönen.

Mit Kopfhörer, die man mit dem Kauf der Eintrittskarte bekommt, wandelt man an den 270 Exponaten vorbei und kann die  Interviews und Musikfragmente auf Abruf anhören. Zwischendrin immer wieder sog. Musikräume – minimal und dunkel – die zum Hinsetzen und einer Auseinandersetzung einladen. In einem dieser Räume hängt ein Mobile von Calder, das von  einem leichten unsichtbaren Wind bewegt, die Töne begleitet.

Boulez’ drei Klaviersonaten entstanden zwischen 1947 und 1958 und weisen noch letzte Huldigungen an die bereits vergangenen musikalischen Formen und Verpflichtungen auf. Die Deuxième Sonate (also die zweite), ist ein Schisma. Sie versetzte mit ihren radikalen Positionen den Hörer in einen ästhetischen Schockzustand und bugsierte ihn in eine Sackgasse.  Inspiriert und befreit davon wurde Boulez durch Mallarmés Buch „le livre“ (hier überlässt es der Dichter dem Leser welche Seite er zuerst lesen will). Er fordert bei der dritten Klaviersonate vom Interpreten die Entscheidung, wie es an bestimmten Stellen weitergehen sollte. Boulez nannte dies das „aleatorische Prinzip“ – d.h. Die strenge Serie wird durch einen organisierten Zufall ersetzt. Jemand hat das mal mit einem Weichensteller verglichen, der einen Hebel umlegt, um den Zug auf Gleich zwei statt auf Gleis fünf einfahren zu lassen.

Messiaen, sein Lehrer, nannte ihn Robespierre Boulez, der alles nieder machen würde, was sich ihm in den Weg stellte. Ihm, Boulez,  würde es an Ehrfurcht und Verehrung fehlen“.   Vielleicht übertrieben, wenn man folgenden Satz von Boulez interpretiert: Man muss dem Werk das man anhört, interpretiert oder komponiert einen profunden Respekt seiner eignen Existenz wegen entgegen bringen. So als wäre es eine Angelegenheit von Leben oder Tod   (« Il faut avoir vis-à-vis de l’œuvre que l’on écoute, que l’on interprète ou que l’on compose, un respect profond devant l’existence même. Comme si c’était une question de vie ou de mort« ). Diese totale Befreiung aus dem starren seriellen Musikgefängnis führte für Boulez zum Bruch mit seinen Musikerkollegen wie Stockhausen, Nono und Henze.

Boulez hat 1969 das IRCAM gegründet und es von 1977-1992 geleitet. 1995 hat der die Cité dela Musique eingeweiht. Sein Ensemble Intercontemporain ist seitdem dort angesiedelt.

Die Ausstellung ist nicht leicht zu verarbeiten und man braucht viel Zeit, wenn man etwas von ihr haben will. Viel lesen und hören und vergleichen, aber anschließend versteht man Pierre Boulez besser – oder jedenfalls bildet man sich das ein.

Christa Blenk

 

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Terra e Motus – articolo in italiano

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Terra e Motus

Nando Citarella ed il suo grupo “I tamburi del Vesuvio” nell’Auditorium Parco della Musica, il 21. 02. 2015

 La maggioranza dei membri della grande famiglia musicale sono insieme fin dalla fondazione dell’Ensemble nel 1994, almeno danno quest’impressione, cioè di unire l’arte e la vita.

 Nando Citarella è nato nel 1959, in provincia di Salerno, in Campania e lì inizia anche il viaggio al quale siamo invitati a partecipare. Incomincia a Napoli, attraversa la Campania, la Calabria, la Sicilia, va fino in Sardegna, lascia l’Italia, attraversa il mare per arrivare in Africa e in tutto il mondo – forse addirittura nell’universo! Non ci sono timidezze nel fondere i ritmi e i suoni più diversi, stanno sempre bene insieme.

Canzoni antiche e nuove tendenze si alternano. Il sound di un Djembe sudafricano con il suono di una cornamusa stanno altrettanto bene insieme come il violino con il pianoforte.

Le danzatrici (meravigliosa ed impressionante Anna Cirigliano) sono trascinate dal suono degli strumenti e dal ritmo, e se lo spettacolo non fosse stato così perfetto, si sarebbe potuto pensare che si trattasse di pura improvvisazione, così libere e felici si muovono.

Napoli, la Calabria e la Sicilia hanno un passato comune; italiano, francese, spagnolo, arabo (non solo dal punto di vista musicale) e da questo la musica popolare nell’Italia del sud è caratterizzata. Ci sono molti influssi del flamenco spagnolo (che a sua volta non può negare certe radici arabe), inoltre della musica del “nuovo mondo” come Brasile e Cuba, o dell’India e naturalmente dei tamburi africani geniali. In questo mondo religioso-pagano e rituale del Mediterraneo s’introduce ancora la musica del Rinascimento. Se questo cocktail inebriante intorno al Vesuvio con i suoi rumori inquietanti di pulsazioni e dell’eruzione viene mixato, la parola entusiasmo non è più sufficiente per descrivere quello che è successo ieri sera nell’Auditorium Parco della Musica.

Questa grande famiglia, di cui Nando Citarella è il motore, è alla ricerca permanente di nuove tendenze musicali e di nuovi ritmi, fa raccolta di melodie e le abbina a suoni moderni, una continua sperimentazione.

Il gruppo si è dato il compito di conservare, rinnovare e divulgare la musica popolare, ieri sera almeno, con grandissimo successo. Tamburi e percussioni di ogni genere, una cornamusa, un liuto, uno scacciapensieri, strumenti classici, cantanti e danzatori e un maestro di cerimonia che aveva un modo molto particolare di dirigere. Tutto aveva l’aspetto così leggero e per questo motivo il pubblico ha partecipato senza problemi. (Sono convinta che molti dei spettatori erano dell’Italia del sud e che avevano già ballato questi balli loro stessi o almeno li avevano visti). A un certo punto il pubblico non era più da contenere e la gente ha iniziato a ballare. E’ stato molto naturale e simpatico.

Ieri c’erano: Nando Citarella, Gabriella Aiello, Valerio Perla, Carlo “Olaf” Cossu, Pietro Cernuto, Claudio Monteleoni, Pietro Pisano, Raffaella Coppola, Nathalie Leclerc in veste di cantanti e danzatori; inoltre Badù Ndiaje, Massimo Carrano, Giovanni Imparato, Arnaldo Vacca, Umberto Vitiello, Valerio Perla, Raniero Bassano, Andrea Caroselli, Ernest “o duttore”, Roberto Giummarra, Gabriele Gagliarini, Simone Pulvano, U Papadia, Micaela Bernardini, Paolo Modugno, Maurizio Tripitelli, Les Cymbalux e… tanti altri.

Nando Citarella, musicista, attore ed esperto di musica tradizionale e popolare ha studiato e lavorato tra l’altro con Linsday Kemp e Dario Fo.Comunque, quello che  lui ha, non si può imparare,  nasce così.

Quasi tre ore di ritmi, energia, gioia di vivere. Alla fine c’è stato un prodotto comune tra il gruppo e il pubblico in delirio. Raramente ci siamo divertiti così.

Christa Blenk

tradotto da Brigitte Mayer

 

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La Giuditta – versiona italiana

 

guiditta dopo il concerto

 

Timida guerriera di Dio o seducente Mata Hari – La Giuditta di Alessandro Scarlatti nella Filarmonica Romana (18.12.2014)

Come succede quasi sempre negli oratori, Alessandro Scarlatti, compositore dell’Italia del sud (1660 -1725) elabora nella “Giuditta” un tema allegorico tratto dalla Bibbia. Nel 1693 fu creata la prima versione della Giuditta per cinque voci. Sei anni più tardi seguì la seconda stesura per tre voci e noi siamo stati alla rappresentazione di quest’ultima al Teatro Olimpico.Il cardinale Pietro Ottoboni scrisse il libretto. Era il bisnipote del cardinale Pietro Vito Ottoboni che fu eletto papa nel 1689 con il nome di Alessandro VIII, in un periodo, in cui l’opera era proibita a Roma.

Già nel 1676 papa Innocente XI, severo e poco incline alle arti, dispose per la prima volta un divieto dell’opera, in una Roma che secondo lui era del tutto corrotta ed amorale. Per lui le arti figurative erano riprovevoli e l’opera indecente. E come reagisce il mondo della musica romana? Inventa l’oratorio, prende temi della Bibbia e mimetizza rappresentazioni che assomigliano all’opera in veste di oratorio ecclesiastico, di modo che fossero presentabili anche in chiesa. Fu una mossa geniale, se si considera che tale musica poteva essere suonata addirittura nel periodo d’avvento, senza censura. La cosa più importante era che si rispettasse il contenuto biblico. “La Giuditta” di Alessandro Scarlatti appartiene esattamente a questa categoria.

Quando Händel nel 1707 giunse a Roma, il divieto dell’opera era ancora in vigore; pertanto tanti di questi Musikspiele venivano rappresentati in grande stile, ma solo in ambito del tutto privato.

Nella Giuditta Scarlatti ha messo in musica una parte del libro apocrifo “Giuditta” del Vecchio Testamento (ca. 150 a.C.). La storia inizia quando il re degli assiri, Nebukadnezar, occupa Betulia e chiede agli Israeliti la sottomissione e il pagamento di alte tasse. La vedova e principessa Giuditta si trasforma, senza stare troppo a pensare, in unagente segreto come Sidney Bristow, e decide di recarsi nella tana del leone, nell’accampamento di Oloferne, per salvare la città e il suo popolo. Entra di soppiatto nel cuore dell’accampamento del sommo condottiero Oloferne, accompagnata soltanto dalla sua nutrice. Grazie alla sua bellezza riesce a incantarlo e sedurlo, forse lo fa bere, e dopo un abbondante banchetto gli taglia la testa. A missione compiuta rientra con la sua nutrice a Betulia – probabilmente senza pentimenti – e presenta al popolo la testa di Oloferne. Israele è salvo. Nella maggioranza delle rappresentazioni rimane in dubbio, se Giuditta sia pentita o meno. È un’eroina o un’assassina?

La storia della bella vedova coraggiosa è stata non solo un tema molto ricorrente nella musica, ma è stata anche messa su tela da numerosi pittori durante il barocco. Anche se può sembrare che la storia sia un’esaltazione della violenza e dell’assassinio, rappresenta al contrario la condanna degli stessi.

Alessandro Scarlatti, che operò principalmente a Napoli e a Roma, dove la sua musica sacra fu suonata senza limitazioni, scrisse malgrado i divieti 114 opere e, in vita, era famoso soprattutto come compositore d’opera. Oggi sono più noti la sua musica vocale sacrale, le cantate, i mottetti e le messe. Ciò è dovuto al fatto che delle sue opere esistono poche registrazioni e pertanto non vengono rappresentate. Durante gli ultimi anni della sua vita si è occupato principalmente di musica sacra e di oratori. Discendeva da una famiglia di musicisti dell’Italia meridionale. Anche uno dei suoi figli, Domenico, raggiunse fama mondiale.

L’Italia avrebbe bisogno di qualcuno come William Christie che 40 anni fa ha scovato ed elaborato tante composizioni di Luly e Rameau. Forse Alessandro Quarta è l’uomo giusto?

 Gli oratori di Scarlatti testimoniano il suo talento nel saper interpretare testi, estraendo al massimo la loro potenziale drammaticità musicale. Minuziosamente e vigorosamente sa trovare le situazioni e i punti culminanti di una storia. Bach, Händel, ma anche Caldara hanno imparato e preso molto da lui. Si potrebbe dire che è lui il fondatore della scuola dell’opera napoletana, ma anche un rinnovatore della musica barocca. Si parla di 30 oratori, di cui 22 oggi sono ancora noti e parzialmente registrati. Con la seconda stesura di “La Giuditta” per tre voci (che abbiamo sentito ieri) ha introdotto una nuova musica, o meglio, la musica del 18esimo secolo. Fin dall’inizio ci si sente quasi da Rameau. Non si capisce perché ancora tante delle sue opere giacciano dimenticate nel profondo degli archivi.

Nel 1744 Johann Matthesay, compositore, scrittore musicale e mecenate di Amburgo (1681 – 1764), ha scritto quanto segue:

Secondo la mia modesta opinione un buon teatro d’opera non è altro che l’alta scuola di tante belle scienze, dove si uniscono e si mettono alla prova, tutti insieme e singolarmente, l’architettura, la prospettiva, la pittura, la meccanica, l’arte del ballo, l’actio oratoria, la morale, la storia, la poesia e soprattutto la musica per il divertimento e la ricreazione di nobili e giudiziosi spettatori.”

Con questo commento ha riunito l’opera italiana, francese e inglese del 18esimo secolo in una sola frase.

Ma passiamo ora finalmente alla rappresentazione:

Il Concerto Romano con Alessandro Quarta ha presentato l’oratorio con tre eccellenti cantanti.

Francesca Aspromonte, un’incantevole e convincente Giuditta, che a soli 23 anni ha una voce incredibile e un grande fascino. Piena d’energia drammatica, di sicurezza e d’espressività ha ripetutamente sorpreso il pubblico. Oloferne è il tenore italiano Luca Cervoni. Non aveva assolutamente nulla di cattivo e d’aggressivo ed era, con la sua bella voce mite, morbida e flessibile un Oloferne del tipo “softie”. Forse Giuditta avrebbe potuto innamorarsi di lui, ma il libretto certo non lo prevede. È vero che ci sono state delle rappresentazioni, p. es. alcuni anni fa a Magonza, che davano una caratterizzazione diversa. Il primo atto era già perfetto, ma nel secondo atto tutti hanno addirittura superato se stessi – anche la musica. Bellissimi passaggi al violoncello, soprattutto nell’aria di Giuditta “Non ti curo, o libertà…” e poi nel duetto di Giuditta e Oloferne “Piega o duce il capo alterno…”. E lui rispondeva “Ogni cura,ogni pensiero…” Cristallina lei, dolce lui. E poi naturalmente Hilary Summers nella veste della nutrice, grande, forte, fidata, protettrice. Con la sua voce calda, regolare e vellutata è stata perfetta per il suo ruolo. Lei ha forse l’aria più bella di tutta l’opera, un lamento nel secondo atto “Dormi o fulmine di guerra…” Si rammarica della guerra, dell’umanità e di Giuditta che si sacrifica per salvare il suo popolo. In quest’aria ci si sentiva venire la pelle d’oca e gli occhi s’inumidivano. La Summers era incredibilmente convincente e bravissima. Dopo un duetto tra la nutrice e Giuditta da cui si percepiva l’annunciazione della fortuna e della felicità, arriva l’aria di Giuditta che è un’ aria contro la guerra che rammenta ancora il suo sacrificio per la libertà. Benché il sacrificio non avvenga, ma potenzialmente avrebbe potuto verificarsi, se Giuditta non fosse riuscita a fuggire. Riesce invece a diventare la guerriera di Dio e l’eroina della storia.

I tre meravigliosi cantanti erano accompagnati con molto entusiasmo e dedizione dal Concerto Romano diretto da Alessandro Quarta. Quest’ultimo si fa trasportare dalla musica, semplicemente, senza fronzoli e senza kitsch. Si sente proprio quanto gli faccia piacere lavorare con questi musicisti e come la musica attraverso il suo corpo e le sue mani arrivi ai musicisti (egli effettua una sorta di ballo personale).

Alessandro Quarta ha fondato il Concerto Romano. Da quando l’orchestra trionfò nel 2009 in occasione dei Tage Alter Musik in Herne, egli è molto richiesto e si esibisce soprattutto in Germania (Philharmonie di Colonia), Austria (Konzerthaus di Vienna) e Roma spesso in Oratori belli. Il prossimo anno inizia con una rappresentazione nel Konzerthaus a Vienna in occasione del Festival Resonanzen, anche lì con Scarlatti.

Christa Blenk

tradotto da Brigitte Mayer

und hier zur Originalfassung in deutscher Sprache

 

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La Serva Padrona

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Sabrina Cortese, Isabella Ambrosini, Luigi Pontillo, Federico Benetti und Luca Paglia

La Serva Padrona (Die Magd als Herrin) von Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736)  im Teatro Palladium am 25.3.2015

Dieses herrlich-witzige, sich vom Barock verabschiedende, Intermezzo buffo, das schon vielversprechend Opern wie Mozarts Figaro ankündigt, war von Pergolesi ursprünglich als komische Einlage zwischen den Akten der Opera seria gedacht.

Das Orchestra Roma Sinfonica mit Isabella Ambrosini am Pult hat es gestern Abend halb konzertant und sehr gelungen aufgeführt. Luigi Pontillo ließ zuerst Uberto (Federico Benetti) in Ludwig XIV Manier auf die Bühne treten, der dann von stummen Hilfen von Perücke und Rüschen befreit wurde, bis er im 21. Telefon-Jahrhundert ankam. Gleich darauf tat es ihm Serpina (Sabrina Cortese) gleich.  Sie stand schließlich als sexy-Dienstmädchen mit Fliege auf dem Kopf, weißer Schürze im schulterfreien Minikleid und Stöckelschuhen da. Zwischendurch purzelte Vespone (Luca Paglia) über die Bühne und ein kleiner stummer Helferchor. Sie schäkerten sich mit den üblichen Intrigen durch das 45 Minutenstück, das wie ein Akt aus einer da Ponte-Mozart-Oper anheimelt, bis sie zum happy end wieder ihre Rameau-Kleider anlegten und abtraten.

Das kleine Orchester saß auf der Bühne und überspielte ab und zu die Sänger, vor allem Serpina, wenn sie sich im hinteren Teil der Bühne aufhielt. Die Sopranistin hat manchmal  eine Note nicht ganz halten können, hat das aber mit unglaublichem schauspielerischen Talent und Charme gleich wieder wett gemacht. Sie wäre eine umwerfend gute Susanna. Bariton und Herr des Stückes Uberto, hat sich 40 Minuten vergeblich bemüht von irgend jemandem den ihm als Herr zustehenden Respekt zu erhalten. Serpina macht was sie will, die anderen auch, sie intrigiert und manipuliert, bis sie ihr Ziel, Herrin zu werden, erreicht hatte. Das natürlich nur, weil Ubeto zu geizig war, 4000 Scudi als Mitgift für den angeblich Zukünftigen hinzublättern.

Aus diesem Grund wurde die Oper gerade in Paris mit großem Beifall aufgenommen. In der französischen Revolution hat man dieses Intermezzo über die autoritäre Magd die zur Ehefrau wird, als Symbol bürgerlich-emanzipatorischer Bestrebungen angesehen. Musikalisch wird sie als sogenannter Loseiser des Barockstils betrachtet und hat die Komische Oper enorm beeinflusst.

Isabella Ambrosini leitet das Orchestra Roma Sinfonica und den Coro Polifonico della Università Roma Tre, den sie auch gründete, seit 1999. Über 200 Auftritte allein in Italien kann sie vorweisen. Die Musiker sind nicht älter als 30 Jahre und haben dieses kurze Stück sehr korrekt und präzis unter Ambrosinis delikater Leitung präsentiert.

Als das Werk 1733 in Neapel zum ersten Mal aufgeführt wurde, war es gleich ein riesiger Erfolg und kreiste durch die europäische und italienische Musikwelt. Das Libretto ist von Gennaro Antonio Federico.

Pergolesi starb 1736 mit nur 26 Jahren an Tuberkulose. Sein letztes  und schönstes Werk Stabat Mater – La Serva Padrona ist 1733 entstanden und wenn man genau hinhört, kündigte es Pergolesi bei den instrumentalen Partien schon an – war im 18. Jahrhundert das am häufigsten gedruckte Musikstück und erfuhr unzählige Bearbeitungen.

Christa Blenk

giardini notturnoCristina Crespo

 

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Bellissima – l’Italia dell’Alta Moda 1945-1968

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Made in Rome – wer hat der kann! (auch auf KULTURA EXTRA)

„Bellissima“ heißt der Film von Visconti mit Anna Magnani als intensive ehrgeizige Mutter, die ihre Tochter unbedingt in Cinecittà unterbringen will. Das war 1951. „Bellissima“ beschreibt aber auch die schönen Frauen, die sich der Mode unterwerfen dürfen, müssen oder sie sich leisten können und so bekam diese Ausstellung über die römische Mode in der Nachkriegszeit diesen Titel.

Dass Mode und Film zusammengehören bestätigt sich jedes Jahr bei Oskar- oder Berlinale-Verleihungen wenn die beautiful rich people mit umwerfenden und teuren Kreationen die Preise entgegen nehmen. Zeitlos sind diese zum Teil wirklich hinreißenden Kreationen, die in der von Kriegsschäden noch geprägten Zeit nach dem zweiten Weltkrieg entworfen und getragen wurden. Rom war damals ein wichtiger Dreh- und Angelpunkt in der Mode aber auch im Filmbusiness. Valentino, Ferragamo und Co. schneiderten Abendroben, Cocktailkleider und Prêt-á-Porter–Modelle für die Kennedy Witwe Onassis, Ava Gardener, Elisabeth Tayler, Audrey Hepburn, Sofia Loren oder Anna Magnani. Zwischen römischen Ruinen und solchen, die der zweite Weltkrieg hinterlassen hat, wurden diese Modelle vorgeführt oder fotografiert.

Die Valentino, Fendi, Sorelle Fontana, Galitzine, Pucci, Mila Schön oder Gattinoni tragenden kopflosen Puppen auf dem Catwalk aus grauen Lüftungsschächten, der sich durch das Obergeschoss des MAXXI schlängelt, dialogisieren direkt und unverkennbar mit Künstlern wie Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Carla Accardi oder Lucio Fontana. Die Prêt-à-Porter-Reihe erinnert an ein Morandi-Gemälde, aber auch die römische Antike hat ihren Platz darin bekommen. Angereichert ist die Schau mit Hüten, Bulgari-Geschmeiden und den dazu passenden Schuhen. Hatte Marilyn Monroe wirklich so kleine, zierliche Füße?

pret-a-porter-a-la-Morandi

Wie wichtig für Rom das Kino im Neorealismus war und wie sehr man diesen verlorenen Ruhm beklagt, kommt immer wieder ans Tageslicht. Für die bellissima Ava Gardner schneiderten die Sorelle Fontana ein Priestergewand, wie Anita Ekberg eines in Fellinis „La Dolce Vita“ trug, als sie grad dümmlich lächelnd an der Seite von Marcello Mastroianni ihren blöden Hut dem Wind übergibt. An der Seite des Laufstegs hängen Bildschirme, auf denen die Filme aus dieser Zeit auszugsweise zu sehen sind. Rosselinis „Viaggio in Italia“ (1953), Viscontis “Vaghe stelle dell’Orsa“ (1965), Antonionis „Cronaca di un amore“ (1950) und die gesamte Palette des italienischen Neorealismus läuft hier mit über den catwalk. Die Dokumentarfilme über die Salons und die Modenschauen lassen aber auch an Luis Bunuels „diskreten Charme der Bourgeoisie“ denken. Mit den politischen Wirren 1968 fand dann auch diese Zeit ein Ende und die Alta Moda hat sich in Mailand angesiedelt; geblieben sind nur die Ruinen.

Das kurvige und futuristisch anheimelnde Museum des 21. Jahrhunderts (MAXXI) schwingt mit den Röcken der exklusiven Modelle oder dem outfit von Vivi Bach im Raumschiff Orion um die Wette. Einen adäquateren Ort als das Obergeschoss des MAXXI-Museum, das – natürlich umstritten wie alles Zeitgenössische in Rom – Zaha Hadid vor ein paar Jahren in diesem Viertel von Rom zwischen Ponte Milvio und Piazza del Popolo errichtete, hätte man für diese Schau deshalb nicht finden können. In den Nachkriegsjahren wurde beschlossen, diese bis dahin benachteiligte Gegend aufzuwerten und das Olympische Dorf für die Olympiade 1960 dort gebaut, damals ein ziemlich prestigeträchtiges Architekturprojekt und neben dem „Palazzetto dello Sport“ von Pierluigi Nervi hat Renzo Piano im Jahre 2000 seinen Musikkomplex, das Auditorim Parco della Musica angesiedelt.

Organisiert wurde die Schau von Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo und Stefano Tonchi. Sie ist noch bis 3. Mai 2015 im MAXXI zu sehen. Der Katalog kann natürlich auch nur luxuriös und verschwenderisch sein und kostet 48 Euro.

Christa Blenk

Info: Im unteren Stockwerk wird das bunte, fröhliche und frivole Nachkriegsgeschehen relativiert und zeigt eine schwarz-weiße Ausstellung über die Architekten und Designer weltweit, die das zweite Weltkriegsdrama „entwarfen“ und aufbauten bzw. umrüsteten. Speer und Co sozusagen. Architettura in Uniforme – progettare e costruire durante la Seconda Guerra Mondiale. Vorbei an den Nürnberger Prozessen und dem Poster « After total war can come total living » nimmt man dann den Aufzug und landet genau dort wo 1945 das Konsumdenken und der Luxus entstand und dazu gehören diese Kollektionen. Waren es bis zu 40% der Menschen die vor und während des Krieges mit der Kriegsführung und dessen Vorbereitung befasst waren, dürfte es sich bei den Käufern dieser hier präsentierten Modelle höchstens um 1% der Betroffenen handeln. Jean Louis Cohen hat diese Schau kuratiert.

maxxi 059 MAXXI von Zaha Hadid

Fotos : Christa Blenk

 

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Matisse Arabesque

matisse-Plakat matisseplakat
Ausstellungsplakat vor dem Haupteingang der Scuderien
 
auch auf KULTURA EXTRA in gekürzter Fassung

Matisse Arabesque

Da wir schon einmal hier sind, lass uns Matisse besuchen. Zieh Deine malvenfarbene Bluse und die weidengrüne Hose an, diese beiden Farben liebt er sehr“ (Auszug aus dem Buch von F. Gilot „Leben mit Picasso“).

Der französische Maler und Bildhauer Henri Matisse (1869-1954) war ein malender Komponist, ein Farbenformer. Man muss jeder Farbe ihre Zone lassen, in der sie sich ausbreiten kann“ sagte er. Matisse malte autonome und uniforme Farbflächen, die er dann nach und nach in Verbindung treten ließ. Komposition und Anordnung seiner monotonen Farbflächen ändert sich je nach der Fläche die abzudecken ist. Eine harmonische Spannung zwischen dem Rahmen und der auszufüllenden Fläche in Verbindung mit seinen Inspirationsquellen wie die islamisch-byzantinische Kunst, exotische Vögel oder afrikanische Skulpturen sind das A und O bzw. der Mittelpunkt von Matisse‘ Werken.  Als Betrachter hat man also die Pflicht, die Betrachtung seiner Bilder nicht auf zwei Minuten zu reduzieren. Es kommt noch etwas nach.

Matisse wollte mit seiner Malerei Freude am Leben erzeugen! Das ist seltsam, wenn man bedenkt, dass er als erster Fauvist anfangs das Publikum erschreckte und schockte. Mit bescheidenem Stolz verkündete er, nie eines seiner Bilder bereut zu haben.

Wer eine Rose malen will, muss zuerst alle Rosen vergessen, die jemals gemalt worden sind.

Matisse war der wichtigste Fauvismus-Vertreter in Frankreich und neben Picasso der wichtigste Vertreter der klassischen Moderne. Die Expression über Farbe und Form war sein Hauptinstrument. Er suchte die Abstaktion im Gegenständlichen, maß aber einer realistischen Darstellung  oder konventionellen Technik keine Bedeutung bei. Dementsprechend fallen die Dinge oder Personen  sozusagen aus seinen Bildern auf uns herab und verlieren sich oft im Raum oder suchen ihren Platz. Malen war ein Zwang für ihn und als er die letzten Jahre seines Lebens an den Rollstuhl gefesselt war, reduzierte er zuerst seine Formen auf deren Konturen und später auf Schere und Kleber – mit der Schere zeichnen, nannte er seine papiers découpés.  Matisse malte instinktiv wie er fühlte.

La révélation m’est venue d’Orient (Die Offenbarung kam aus dem Orient zu mir) sagte Matisse 1947 zum Kunstkritiker Gaston Diehl.

Matisse Arabesque ist der Titel dieser Ausstellung in den Scuderien und soll die Bedeutung des Orients im Werk von Matisse erklären. Sie könnte aber auch als Matisse’ grüne Periode betitelt werden, nur sind diese Bilder nicht so leicht auf einen bestimmten Zeitraum einzugrenzen, obwohl die meisten in der Zeit zwischen 1910 und 1920 entstanden sind. Dieses neue satte Grün, das durch die schon Ende des 19. Jahrhunderts einsetzende Orient-Euphorie aus dem Keramik-Reich der Ottomanen und aus Nordafrika in den Westen kam, ist einer der Hauptprotagonisten dieser Matisse-Schau.

Der spanische Kunstkritiker Angel Gonzalez sagte einmal „Die Geschichte der Farben ist in seiner Malerei wie ein Fisch im Wasser, sie  konstituiert einen Versorgungsplan des Bildes. Die Zeichnung verwandelt sich in einen Zeugen der Dichte und Konsistenz der Farbe. Der arabeske Matissemus ist kein dekoratives Hilfsmittel, jedenfalls nicht im herkömmlichen Sinn der modernen Kunst, sondern Macht,  Macht in das System der Farbendichte einzudringen um ein Spannungssystem des Bildes herzustellen. „

In den ersten Räumen wird der Besucher auf diese Reise in den Orient vorbereitet. Hier hängt gleich am Eingang ein Bild das 1903 entstand: Violette Tischecke (aus dem Metropolitan Museum of Art). Zu dieser Zeit war Matisse noch nicht sehr bekannt und malte für 1,25 franc /Stunde Girlanden für die Weltausstellung. Dieser Zustand sollte sich aber 1905  schlagartig ändern sollte, als er am Pariser Herbstsalon – begleitet von wildem Gekreische der Konservativen – den Fauvismus mit seinem wilden und farbenfrohen Bild Frau mit Hut präsentierte.

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Hauptsaal und Kacheln – Fotos: Christa Blenk

Im zweiten Raum das überraschende  Portrait von Yvonne Landsberg (1914). Dieses formidable Gemälde hängt sonst in Philadelphia. Eine Mischung aus Kubismus in Bewegung und dem Triadischen Ballet von Oskar Schlemmer, das Gesicht hat er sich von einer seiner afrikanischen Masken geliehen.

Im nächsten Saal eine Leihgabe aus dem Guggenheim New York, die „Italienerin“ (1916). Ein weiteres Meisterwerk diese Frau mit langen schwarzen Haare, die über ihre rechte Schulter so auf den Arm fallen und ihn verdecken, dass ein kubistischer Effekt erzielt wird. Auch hier, wie bei mehreren der 30 Haupt-Exponate , ist das Gesicht wieder eine Maske. Im gleichen Jahr zog er übrigens aus gesundheitlichen Gründen nach Südfrankreich.

Die folgenden Gemälde in der Ausstellung sind unter dem Einfluss seiner Reisen nach Algerien und Marokko Anfang des 19. Jahrhunderts entstanden. Dort entdeckte Matisse die Farben von Tanger, die afrikanischen Masken und Skulpturen. Hinzu kam ein Besuch  1910 der monumentalen Ausstellung über islamische Kunst in München mit über 3500 Exponaten. Ab dem fünften Raum prasselt die volle Matisse-Chromatik, beginnend mit einem unverkennbaren grün-rot-gelben Matisse-Spätwerk „Pflaumenzweig vor grünem Hintergrund“ auf uns hernieder.  Und so geht es weiter, in jedem Raum hängen Meisterwerke, begleitet von afrikanischen und asiatischen Kleidern,  grünen Kacheln und sonstigen Gegenständen aus dem Ottomanen-Reich, die Matisse sammelte, teils Mitbringsel von seinen Reisen, teils eingetauscht mit Picasso, der vor allem ein leidenschaftlicher Maskensammler war, wie man ohne Zweifel in seinen Bildern sehen kann. Eine prächtige Farbenwut donnert auf uns herunter. So als ob die Farben den Raum heller erscheinen ließen.  Blühender Efeu (1941),  der grüne Marokkaner (1912 ) oder Zohra auf der Terrasse (1912)  und die roten Fische (1911) aus dem Puschkin Museum. Die Drei Schwestern (1917) haben eindeutig japanische Frisuren und Kirschblütenblusen. Gegenüber sehr gut placiert die Kacheln  und Fließen, die wir im Laufe der Ausstellung ständig als Bildhintergrund oder Tapete wieder finden.

Die Ausstellung zeigt auch eine Reihe von Akt-Zeichnungen oder Odalisken die konstatieren, dass eine Linie auf einem Stück weißen Papier von Matisse nicht einfach nur eine Linie bleibt. Sie nimmt ein Eigenleben an und metamorphiert und das, was man auf den ersten Blick sieht, geht weiter und weiter und wird noch zu etwas mehr. (Picasso, hat sich hier selber beschrieben, aber von Matisse gesprochen).

Der eher konservative Intellektuelle und Fast-Jurist verblüffte permanent mit seinen wilden Kompositionen und seinem Mut zum Schrillen und zur Farbe. Fauvismus kommt von fauve (wild). Ab 1905 wird er zuerst berüchtigt und dann berühmt damit. Um diese Zeit und auch als Antwort auf sein Bild „Die Freuden des Lebens (1906),  entstanden 1907 Picassos Demoiselles d’Avingon und Akt, eine Treppe herabsteigend Nr. 2. (1912) von Marcel Duchamps .

Viel Platz hat die Kuratorin den Bildern gelassen. Sie können sich nach links und rechts beliebig ausbreiten (wie es Matisse verlangte). Ob bewusst oder weil nicht genug Leihgaben kommen konnten, weiß ich nicht. Aber es ist gut so. Bevor es dann in den nächsten Stock geht, kann man sich einen Film aus den 40er Jahren ansehen. Darauf sieht man den malenden Matisse. Ebenfalls gezeigt werden Ausschnitte aus der Produktion von Monte Carlo 1999 vom Ballet Le Chant du Rossignol, für das er zur Strawinsky Musik 1920 die Kostüme entworfen hat.

Arabeske kommt aus dem Maurischen und ursprünglich verstand man darunter ausgeklügelte und – bedingt durch das Bilderverbot im Islam -  Blumen- und Pflanzenornamente sowie geometrische nicht-figurative Formen.   Die Alhambra in Granada ist in Europa das beste Beispiel dafür. In der beginnenden Orient-Sehnsucht Anfang des 20. Jahrhunderts nahm der Begriff dann vor allem orientalische Gebräuche und Tänze sowie Innenansichten auf und der Begriff des Wortes wurde beliebig erweitert. Heute steht es für Buntes, Rankendes mit einem orientalischen Hauch. In der deutschen Romantik hat Friedrich Schlegel den Begriff Arabeske mit „scheinbar chaotische, natürähnliche Strukturen gekennzeichnete Form“ bezeichne. Er spricht von drei Formen der Arabeske: einmal als Naturform, dann als poetische Gattung, in der sich Stoff- und Formkomposition verschlingen und die wahre Arabekse, ein sog. Romantischer Roman, wie im nicht fertiggestellten Roman Lucinde (1799). Eine künstlich geordnete Verwirrung (Schlegel). Farbige Exzesse und Überschwenglisches, verbotene, gedachte Fantasien. Die deutsche Literatur in der Romantik ist voll von Definitionen dieses Begriffes und zeigt, wie wenig er fassbar ist.

Orientalismusbewegungen entstanden erstmals in den europäischen Schlössern im 18. Jahrhundert mit der Mode der Chinoiserien. In Spanien sehr viel früher durch die jahrhundertelange Vorherrschaft der Araber in Andalusien. Hier entwickelte sich der Mudejar-Stil. Bauformen und Ornamente ausgeliehen aus der islamischen Architektur in Verbindung mit Gotik oder Renaissance. Allein Cordoba und Granada erzählen 1001 Geschichten darüber. Ende des 18. Jahrhunderts, unter Napoleon, entstand eine Ägyptensehnsucht, die durch die Eröffnung des Suezkanals noch verstärkt wurde. Maler im ausgehenden 19. und beginnenden 20. Jahrhundert entdeckten eine Art Sinnlichkeit und Delacroix, Ingres oder der Spanier Fortuny, aber natürlich auch aus  Picassos und Matisse‘ Pinsel entstanden Haremszenen und arabisch oder islamisch gekleidete Menschen. Die Weltausstellungen 1855 und 1867 verstärkten diese Tendenzen noch. Der Impressionismus ist u.a. auch von japanischer Ästhetik geprägt und Matisse sammelte mit Leidenschaft orientalische Gewänder und sonstige Gegenstände, die er von seinen Reisen mitbrachte. Aber auch die Musik und die Literatur verzeichnen Einflüsse. Opern wie die Einführung aus dem Serail, Madame Butterfly, Turandot und auch Lehars Operette Land des Lächeln sind Beispiele und natürlich Goethes West-östlicher Diwan. Karl May erfand Geschichten im Orient, ohne auch nur eine einzige Reise getan zu haben und in der Architektur entstanden Pagoden mit Elementen die wir in der Alhambra wieder finden. Im 19. Jahrhundert kam dann der Neomudéjarstil auf, aber das vor allem in Spanien. Stierkampfarenen und Bahnhöfe bekamen dieses Gesicht. Washington Irving schrieb seine Geschichten aus der Alhambra.

Der 1869 geborene Maler war der Sohn eines Händlers. Aufgewachsen ist er in der Normandie, die damals eine wichtige Rolle im Stoffhandel inne hatte. Da ließ es sich sicher nicht vermeiden, schon als Kind mit Textilien und Dekorationselementen aus Orientstoffen in Berührung zu kommen. Mit 22 ging der noch nicht fertige Anwalt nach Paris und nahm Zeichenunterricht. 1906 brachte Gertrude Stein Matisse, den sie sehr schätzte, zu Picasso nach Montmatre ins Bateau-Lavoir. Beide kannten sich natürlich vom Hörensagen, zumal Matisse gerade im Salon des Indépendants seine Meisterwerk Le Bonheur de Vivre präsentiert hatte, das die Steins später kaufen würden. Und obwohl natürlich eine gewisse Rivalität zwischen ihnen herrschte,  entstand ein reger intellektueller und künstlerischer Austausch und später, als beide in Südfrankreich lebten, wurden sie sehr gute Freunde und die besten Beobachter der Produktion des anderen.  Matisse sagte einmal zu ihm « wir müssen sooft wie möglich miteinander sprechen, denn wenn einer von uns beiden stirbt, dann gibt es gewisse Dinge, die der andere nie mehr mit irgend jemandem besprechen kann ». Matisse wusste aber auch, dass er Picasso nichts zeigen durfte was noch im Entstehungsprozess war. Ideen oder Work in progress  musste seine Frau immer schnell wegräumen, sobald Picasso im Anmarsch war. Der Spanier war viel zu schnell und ehrgeizig, um an einer guten Idee vorbei gehen zu können, ohne sie sofort zu realisieren. In den vierzieger Jahren, als Picasso auch im Süden lebte, besuchte er Matisse oft in Begleitung seiner damaligen Lebensgefährtin Francoise Gilot.  Ab 1930 stellte er in Berlin, New York und Paris aus und reise nach Amerika und in die Südsee. In den 40er Jahren musste er sich zweimal einer schweren Operation unterziehen „Ich habe nicht erwartet, dass ich mich von meiner zweiten Operation noch einmal erholen würde, aber weil das geschehen ist, betrachte ich nun mein Leben als gestundete Zeit.  Jeder Tag, der heraufdämmert, ist ein Geschenk für mich, und so nehme ich ihn hin.“ Exotische Vögel waren seine Begleiter und von ihnen hat er sich natürlich auch die grellen Farben geborgt. 1954 starb Henry Matisse, neben Picasso der wichtigste Maler der klassischen Moderne, in Nizza.

Ester Coen hat diese sehr gelungene und intelligente Matisse-Schau kuratiert, die noch bis Ende Juni in den Scuderien del Quirinale zu sehen ist. Die ca 100 Leihgaben von erlesener Qualität kommen u.a. aus New York, London, Paris, Moskau, Philadelphia und Turin.  Einige der Exponate sind zum ersten Mal in Italien. Die Kuratorin hat viel Zeit in die Vorbereitung dieser Schau investiert und sie soll über zwei Millionen Euro gekostet haben.

Christa Blenk

 

 

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Giorgio Morandi

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi: Formen – Farben – Stille (auch für KULTURA EXTRA)

Die Unmöglichkeit der Veränderung im Genuss der Langsamkeit

Giorgio Morandi steht für Stillleben, Ruhe und Stetigkeit. Wieder und immer wieder malte er  die gleichen Flaschen, Gefäße und Kannen, die er oft selber herstellte und hielt es nicht für nötig, deren Inhalt zu verraten. Die Gegenstände auf seinen Bildern  vermitteln den Eindruck aus Gips zu sein, es sind massive Fast-Skulpturen, nicht dafür gedacht, Flüssigkeit oder etwas anderes aufzunehmen.  Der Inhalt interessiert den Betrachter auch gar nicht. Form und Farbe ziehen ihn derart in Bann, dass für so etwas Triviales wie Substanzen gar kein Platz bleibt.

P1220183Seit Ende Februar 2015 findet im Complesso del Vittoriano in Rom die große Restrospektive Giorgio Morandi statt. Er hat damit seinen Zeitgenossen Mario Sironi abgelöst.

Am Eingang hängen kleine Radierungen, die fast ausschließlich aus Privatsammlungen stammen und deshalb so gut wie nie zu sehen sind, ergänzt und bereichert durch die dazu gehörenden Kupferplatten. Die thematisch- chronologisch organisierte Ausstellung unterstreicht die Treue Morandis seinen Formen gegenüber. Nach einem kurzen Exkurs zur Landschaftsmalerei, wie er sie bei Cezanne entdeckt hatte und einen Abstecher zu den italienischen Futuristen, kehrte er ganz schnell wieder bis ans Ende seiner Tage zu seinen beschaulichen, anspruchslosen und harmonischen Flaschen zurück. Die größten Veränderungen seines Lebens reduzieren sich auf Farbnuancen, Pinselstriche und die Höhe der Flaschenhälse.

Giorgio Morandi, der 1890 in Bologna geboren wurde, arbeitete zunächst im Kaufmannsbüro seines Vaters und irgendwie hat sich wohl das Büro-Stillleben vor ihm auf dem Schreibtisch in seinem Kopf festgesetzt. Erst mit 18 Jahren durfte er Mal- und Zeichenunterricht nehmen. Morandis Faszination für Cezanne taucht in seinen Bildern, vor allem in den Landschaften, immer wieder auf. Seine Werke sind selten groß, aber zurückhaltend und von stiller Poesie,  so als ob die Sonne die Gegenstände leicht zum Flimmern brächte. Minimal und beige-grau-blau oder hell-rostig sind seine unverkennbaren Lieblingsfarben. Um die Perspektive hat er sich genau so wenig gekümmert wie um Tendenzen oder Politik. 1918 wurde er mit dem Kubismus, Futurismus und der metaphysischen Malerei von De Chirico konfrontiert, die ihn auch eine Zeitlang beschäftigte. Sein Leben bestand aus Küchengebrauchsgegenständen in stumpf-flachen und statisch-vibrierenden cremigen Farben. Er hasste Veränderungen oder Unstetigkeit und damit auch die gerade aufkommende  Philosophie der schnellen und kriegsbejahenden Futuristen. 1938 hat er aber dann doch mit diesen Künstlern, die damals so etwas wie ein Aushängeschild des italienischen Faschismus waren, auf der Biennale in Venedig ausgestellt, was ihm kurzfristig den Ruf eines stillen Mussolini-Mitläufers einbrachte. Dabei hatte er mit Politik nichts am Hut, sie war ihm zu anstrengend, zu laut und zu wuselig-rastlos. Als er 1915 eingezogen wurde erkrankte er so schwer, dass er nach kurzer Zeit wieder entlassen werden musste.

Der unverkennbare Morandi zählt heute zu den bedeutendsten Stillleben-Maler, wobei er weder Obst noch Essen malte, Blumen ab und zu. Man spürt die Konsistenz seiner Bilder schon von weitem. Niemand kann wie er eine einfache grau-weiße Flasche mit so viel majestätischer Gelassenheit und  Würde malen, aus ihr so viel Schönheit herausholen. Seine Bilder oder die Gegenstände auf ihnen haben etwas Langsames, etwas das die Zeit anhält, etwas Einsames und Traurig-melancholisches, etwas autoportraitistisches und renaissanceartiges. Ein Maler der Stille, ein Sonderling, ein Mönch, ein Außenseiter und Einzelgänger.

Nur vielleicht noch die Franzosen Paul Cezanne, Jean Siméon Chardin aber vor allem der aus Neapel kommende spanische Maler Luis Eugenio Meléndez brachten Stillleben so zum Reden wie er. Der von permanentem Hunger geplante  Meléndez besaß die Köstlichkeiten, die er sich nicht leisten konnte, wenigsten auf der Leinwand.

Der spanische Kritiker Julián Gallego hat einmal geschrieben, dass seine Stillleben wie kleine Dörfer wären, die uns einladen würden, sie doch zu besuchen. Das ist schön, und wenn man wie wir hier in der Ausstellung zuerst die kleinen Dörfer, die er eine Zeitlang gemalt hat betrachtet, ist der Übergang zu den Flaschendörfern ganz nahe.

Der fast 1,90 m große und kettenrauchende Morandi, der sein Leben lang unverheiratet mit seinen Schwestern lebte, arbeitete im Wohnzimmer, was vielleicht auch auf das eher reduzierte Format seiner Bilder einen Einfluss hatte. Trotz seiner Zurückgezogenheit erlangte der „Flaschenmaler“, wie man ihn manchmal nannte, schon in den 30er Jahren einen gewissen Bekanntheitsgrad und bekam bald als Meister der Radierung einen Lehrstuhl an der Universität von Bologna. Im Gegensatz zu den anderen Malern Anfang/Mitte des 20. Jahrhunderts verreiste er so gut wie nie. Viermal war Morandi auf der Documenta vertreten, darunter auf der ersten und auf der letzten und sechsmal nahm er an  der Biennale di Venezia teil. 1964 starb der starke Raucher an Lungenkrebs. Seine Bilder sind heute in allen wichtigen Museen der Welt zu finden.

Die Ausstellung umfasst an die 150 Exponate, darunter auch ein ausgiebiger Briefwechsel Morandis mit den beiden Kunsthistorikern Roberto Longhi und Cesare Brandi, die schon früh und als Erste seine Bedeutung für die Malerei erkannten. Diese Briefe in regelmäßiger und unauffällig-schöner Schrift geschrieben, legen in Verbindung mit den Druckplatten, Radierungen, Aquarellen, Ölbildern, Zeichnungen ein Zeugnis von Morandis  Leben ab, das als  langsamer, behäbiger  Strom ruhig und bedächtig  vor sich hin floss,  aufgerüttelt dann und wann von unbequemen durch zufließende, reißende Bäche aus den Bergen verursachte Stromschnellen, die kurzfristig Richtung, Form und Farbe des Wassers bestimmen wollten, bis endlich wieder Ruhe einkehrte und der Fluss in seine phlegmatische Gemächlichkeit zurückfallen konnte. Eine heilig-schweigende Stimmung herrscht hier, man traut sich gar nicht zu reden in der Ausstellung. Wenn man sich auf ihn einlässt, entdeckt man ein ganzes Universum von Sinnen, Feinheiten und Nuancen. Menschen hat er fast nie gemalt, in der Ausstellung hängt ein Selbstbildnis das ihn als knapp Dreißigjährigen, schüchtern und zerbrechlich-durchsichtig zeigt.

Etwas ganz besonders sind wie gesagt, die Kupferplatten die ausnahmsweise das ’Istituto Nazionale per la Grafica zur Verfügung gestellt hat. Die Exponate kommen aus vielen verschiedenen Museen und Privatsammlungen. Kuratiert hat die Ausstellung die Morandi-Spezialistin Maria Cristina Bandera und bis zum 21. Juni 2015 ist sie noch im Complesso del Vittoriani zu sehen.

Christa Blenk

 

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Gisela di Hans-Werner Henze al Teatro Massimo

 

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Il testamento scherzoso e spiritoso di Henze

 

Gisela! – o le strane e memorabili vie per la felicità

Henze diceva: “L’opera è una forma particolare, artificiosa dell’arte, nella quale niente corrisponde a fatti concreti. La musica deve rispondere ai dettami della credibilità, ai più strani ed insoliti stati d’animo. Deve coinvolgere, incantare, stregare, spaventare, intrattenere, sedurre; deve prenderti per mano e portarti nei giardini incantati notturni o spingerti nella luce accecante del giorno” (da “Reisebilder und Böhmische Quinten” immagini di viaggio e quinte boeme). Poi proseguiva: “la mia musica vive di contraddizioni, è piena di sterpaglie spinose, aculei e disagi. E’ velenosa come i morsi dei serpenti, i suoi abbracci possono diventare pericolosi, rivelarsi ingannatori, non corrispondenti alle aspettative“ (questo lo scrisse nel 1991).

 Lo splendido Teatro Massimo di Palermo ha aperto la stagione 2015 con Gisela ! oppure le vie strane e memorabili per la felicità di Hans Werner Henze.

Questo “Musiktheaterstück für Sänger, Mimen, Ballett, kleinen gemischten Chor und Instrumente” (pezzo di teatro musicale per cantanti, mimi, balletto, piccolo coro misto e strumenti) è l’ultima grande fatica di Henze.

 Lui appositamente non l’ha chiamata “opera”. Ai tempi di Mozart si sarebbe chiamato “Singspiel”. Un grande regalo d’addio pieno di riflessioni e di umorismo.

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 Ancora a sipario chiuso lo spettatore inizia ad interrogarsi. E’ un Vesuvio bianco oppure un uovo gigantesco trasformato? Ad ogni buon conto, la “cosa” si apre e salta fuori Pulcinella (Gennaro), per presentarsi in lingua italiana al pubblico (naturalmente il testo di tutta l’opera è stato presentato in lingua tedesca). Poi il sipario si alza e il gruppo di viaggiatori proveniente da Oberhausen può arrivare alla stazione di Napoli. Tutti sono di buon umore e vestono abbigliamento estivo. La guida turistica, Gennaro – il nostro Pulcinella clonato in copia multiforme – saluta il gruppo e offre i suoi servigi. Gisela (si noti il punto d’esclamazione nel titolo) con le sue belle scarpe rosse a tacchi alti, vuole andare subito al museo nazionale per ammirare i quadri di Angelika Kauffmann. Mentre il vulcanologo Hanspeter Schluckebier (ingoia-birra), bravo, tedesco, serio, scrupoloso, aspetta con gioia il Vesuvio per fare le sue meticolose ricerche nella maniera di Humboldt, il resto dei viaggiatori non vede l’ora di visitare la costa Amalfitana. “Il Parsival è stato creato non lontano da qui. Richard Wagner era felice a Ravello!” si esprimono ed elargiscono luoghi comuni, e – simile alle persone della commedia dell’arte – la realtà e la fiction si mescolano con la rapidità con cui Pulcinella si mette e si toglie la nera maschera dagli occhi.

 Ma prima Henze e Dante ci conducono a uno spettacolo napoletano di ballo e baccano, una parodia simile a Stanlio ed Olio, nel quale non solo i costumi rossi costituiscono un omaggio al Sacré du Printemps di Strawinsky. Gisela e Gennaro stanno entrando in confidenza, e Hanspeter diventa geloso, come si vede dai simbolici alberelli di rose gialle.

Questa scena è meravigliosa e tanto leggera e spumeggiante, quanto è difficile per i cantanti (Gennaro/Pulcinella è Marcello Nardi). Centinaia di questi alberelli di rose, alti quasi come una persona, vengono spostati dagli accompagnatori di Pulcinella in modo tale che prima indicano a Gisela la strada per la felicità, poi accennano a due stanze separate nelle quali lei e lui si possono sdraiare per riposarsi, fino a quando i neo-innamorati abbattono insieme il muro di fiori per congiungersi. Gisela minimizza le riserve (dovute al clima) espresse da Gennaro di andare con lei a Oberhausen: “da noi effettivamente piove spesso, ma ognuno ha un ombrello”. Naturalmente, a questo punto lui non può più fare obiezioni. Nel frattempo Hanspeter sogna ancora le imminenti nozze con Gisela ed iniziano i preparativi per il menù, mentre un membro della comitiva annuncia che Gisela e Gennaro sono partiti. E’ sogno o realtà? Il primo atto finisce nelle sfumature del grigio, e i due amanti ballano, nei loro trenchcoats grigi, sotto due ombrelli grigi e dalle scene Napoletane multicolori riamgono soltanto le scarpe rosse e la musica!

 Nel secondo atto la sensazione di grigio rimane e indica a noi e ai protagonisti la via strana e memorabile per la felicità, e naturalmente qualcosa del genere funziona soltanto nel sogno! Scene di balletto con tutù fanno capitombolo attraverso il mondo variopinto dei fratelli Grimm. I sette nani proteggono Biancaneve dalla cattiva regina mascolina, fino a quando appare un cacciatore che minaccia tutti, uno dopo l’altro.  Il fucile va di mano in mano e il sogno si trasforma in incubo. Siamo forse già nella zona della Ruhr? Un caos di un’allegria angosciante, come può esistere soltanto in un mondo immaginario, incluso il risveglio con un respiro di sollievo. Qui sembra che finisca il sogno (oppure no?). S’ indossano di nuovo i vesti della commedia dell’arte che ricordano un po’ quelli dei dervisci. Il grigio e gli ombrelli di Oberhausen spariscono. “Libera e felice” si muove la coppia tedesco-italiana, mano nella mano, verso il Vesuvio focoso che nel frattempo rumoreggia da lontano. “Oh, bel Vesuvio, tu sei testimone: la libertà e la virtù saranno sempre con noi”. Sembra che San Gennaro non abbia risparmiato a Napoli lo scoppio del Vesuvio, ma il happy end c’è comunque. Altrimenti Henze non avrebbe indicato le vie strane e memorabili per la felicità. Emma Dante lo ha senz’altro capito.

 Mentre il primo atto è spumeggiante, veloce e appassionato, la musica nel secondo atto rallenta e diventa più seria; ed è più che mai piena di richiami ad altri compositori che erano significativi per la musica e la vita di Henze. Continuamente viene citato Bach, interrotto da Mozart, Hindemith, Mahler, Strawinsky, e addirittura Wagner e la musica popolare napoletana. C’è anche uno sguardo indietro alle proprie composizioni numerose.

A Napoli Henze è stato felice e, settantenne, scrive, quanto gli manchi il periodo napoletano. La fine è l’inizio e si ricomincia a cercare la felicità. Henze, il romantico, ha scritto dopo la sua grave malattia nel 2006/2007 ancora tre opere importanti! Incredibile!

 “Gisela !” è un grande regalo d’addio simbolico, pieno di riferimenti, ma non proprio un’opera della vecchiaia. E’ destinata a giovani musicisti e cantanti.

Gisela Geldmaier, la studentessa d’arte romantica e sensibile è senz’altro un ricordo alla migliore amica di Henze, Ingeborg Bachmann, con la quale visse per anni a Napoli. Gisela Geldmaier viene da Oberhausen, città vicinissima al proprio luogo di nascita, e sua madre si chiamava “Geldmacher” con il cognome da ragazza. Forse l’opera poteva essere anche un omaggio a Margot Fontayn che Henze venerava. La vide ballare per la prima volta negli anni cinquanta in “Giselle”. Il fidanzato di Gisela si chiama Hanspeter, simile al suo nome. Hanspeter viene dalla Vestfalia, pignolo e preciso, piuttosto timido nelle relazioni umane. Pure Henze ha sofferto per tutta la vita del complesso di essere un provinciale (a suo dire un “Provinzkomplex”).

 San Gennaro è il santo protettore di Napoli, solo lui può impedire che il Vesuvio erutti di nuovo (cosa che comunque succede lo stesso secondo Emma). Gennaro è intraprendente, una testa calda, ma anche piuttosto superficiale. I due protagonisti sono un tale contrasto, come lo è la città di Oberhausen grigio-nera nei confronti dell’eruzione impetuosa del vulcano Vesuvio.

 Negli anni cinquanta Henze stesso è stato alla ricerca strana e memorabile per la felicità, soprattutto alla ricerca della sua musica. Non volle sottomettersi ai dogmi del corso estivo a Darmstadt. In Germania non si sentiva libero di respirare e di trovare il suo proprio stile (stile Henze). E’ stato emarginato da Stockhausen; Luigi Nono (Gigi) che lui venerava, alle prime di Henze lasciava il teatro già prima dell’intervallo. Pertanto, nel 1953 Henze andò ad Ischia, dove incontrò la coppia Wystan Hugh Auden e Kallmann, con la quale più tardi realizzò alcuni progetti. Nel 1956 si trasferì a Napoli dove restò fino a quando negli anni sessanta si stabilì nei pressi di Roma (a Marino, nei monti albani), con il suo partner Fausto, con cui stava ormai da molti anni.

 Emma Dante l’ha compreso bene e ha realizzato il libretto con molta creatività e libertà. Lei è nata e cresciuta a Palermo. Il berretto di Pulcinella/Gennaro rassomiglia alla cornucopia dell’oratorio di San Lorenzo o a una parte della decorazione sul tetto della chiesa di San Giovanni. Tutto si fonde e tutto è collegato.

 Nel 1950, Henze elaborò a Wiesbaden una pièce di Molière “Jack Pudding”. Non è mai stata rappresentata. Solo nel 1995 l’ha ripresa, ha trasformato Pierrot in Pulcinella, ha portato la storia nel variopinto mondo appassionato di Napoli e ha dato all’opera il titolo “Pulcinella alla ricerca della fortuna per le strade di Napoli” (Pulcinella auf der Suche nach dem Glück in den Straßen von Neapel). E’ nata forse così la storia di “Gisela !”? Pulcinella e Schluckebier (ingoia-birra), già questi nomi rappresentano le sue due anime, quella della Vestfalia e quella italiana. A Napoli è stato molto felice e lì è il luogo della sua opera. Il libretto era stato scritto da Christian Lehnert e Michael Kerstan.

 L’accustica straordinaria del teatro di Palermo ha sottolineato ancora la bravura dei cantanti, e il pubblico è stato coinvolto visibilmente dall’euforia dei protagonisti. Constantin Trinks ha condotto l’orchestra del teatro e i solisti (nomi vedi  a margine) attraverso questo sogno variopinto. I costumi originali sono stati creati da Vanessa Sannino, la coreografia è di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco.

 “Proprio così il maestro avrebbe voluto la sua Gisela” Quest’è stata la frase che uno dei librettisti, Michael Kerstan, ha detto dopo la prova generale. Nel 2010 Gisela ! è stata rappresentata con breve intervallo come opera d’arte commissionata alla Ruhrtriennale e alla Semperoper in due messe in scena differenti. Henze, allora 84enne, ancora il giorno della prima ha inviato via e-mail delle modifiche per la messa in scena di Dresda. Tipico per Henze, che nel corso della sua vita ha scritto e riscritto tante volte lo stesso lavoro.

 Il Teatro Massimo di Palermo (che ha il terzo palcoscenico per grandezza di tutti i teatri europei e la migliore accustica grazie a una costruzione del palcoscenico che corrisponde alla bocca di una maschera teatrale greca) ha scelto di osare nel rappresentare Gisela ! e tutti sono molto fieri, considerando anche il fatto che il maestro ha passato la massima parte della sua vita nell’Italia meridionale. Un vero peccato che non si possa mandare questa rappresentazione in giro. E’ un vero spreco, mandare in archivio queste idee e queste trovate.

(versione italiana – tradotto da Brigitte Mayer)

 Titolo en tedesco: Gisela! oder die merk- und denkwürdigen Wege des Glücks

chi anche la Version originale en tedesco per KULTURA EXTRA

Christa Blenk, 30 gennaio 2015

Gisela ! – Teatro Massimo – Palermo 27. 1. 2015
Direzione musicale: Piero Monti
Messa in scena: Emma Dante
Palcoscenico: Carmine Maringola
Costumi: Vanessa Sannino
Coreografia: Sabina Civilleri e Manuela Lo Sicco
Luci: Cristian Zucaro
Interpreti
Gisela: Vanessa Golkoetxea
Gennaro Esposito: Roberto de Blasio
Hanspeter Schluckebier: Lucio Gallo
Orchestra, coro e corpo di ballo del Teatro Massimo
La prima assoluta in occasione della Ruhrtriennale il 25. 9. 2010
 

Terra e Motus

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Nando Citarella und seine Gruppe « I Tamburi del Vesuvio » im Auditorium Paco della Musica am 21.02.2015

Die meisten Mitglieder seiner großen Musik-Familie gehören  sicher schon seit 1994, seit der Gründung seines Ensembles, mit dazu. Jedenfalls vermitteln sie den Eindruck, dass sie Ihr Leben und Ihre Kunst miteinander verbringen.

1959 ist Nando Citarella in der Provinz von Salerno geboren, in Kampanien, und dort beginnt auch die Reise, auf die er uns einlädt, ihn zu begleiten. Es geht von Neapel  durch Kampanien, Kalabrien, Sizilien, Italien und Sardinien, über das Meer nach Afrika und in die ganze Welt – vielleicht sogar ins Universum! Er hat keine Berührungsängste die unterschiedlichsten Rhythmen und Klänge zu fusionieren und: sie passen immer zusammen.

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Antike Lieder und neue Einflüsse gehen ineinander über. Der Sound der südafrikanischen Djembe passt genau so gut zum Klang eines Dudelsackes wie die Geige zum Klavier. Die Tänzerinnen (wunderbar und beeindruckend Anna Cirigliano) wurden vom Klang der Instrumente und vom Rhythmus getrieben und wenn es nicht so perfekt gewesen wären, hätte man es als pure Improvisation ansehen können, so frei und gelöst und glücklich schienen sie.

Neapel, Kalabrien und Sizilien haben eine italienisch-französisch-spanisch-arabische Vergangenheit  (nicht nur musikalisch gesehen) und dementsprechend ist die Volksmusik in Süditalien geprägt. Sehr beeinflusst vom spanischen Flamenco, der gewisse arabische Wurzeln nicht verleugnen kann, von der Musik aus der „Neuen Welt“ wie Brasilien,  Kuba oder Indien und natürlich von den genialen afrikanischen Trommeln. In diese religiös-pagane und rituelle Mittelmeerraum-Welt schleicht sich noch die Musik der Renaissance ein und wenn dieser explosive und rauschende Cocktail dann um den Vesuv herum mit seinen beunruhigenden Eruptionsgeräuschen und Pulsationen gemischt wird, reicht das Wort Enthusiasmus nicht mehr aus um zu beschreiben, was gestern Abend im Auditoirum Parco della Musica veranstaltet wurde.

Diese Großfamilie, mit Nando Citarella als Motor, ist auf der permanenten Suche nach neuen und alten Musik-Tendenzen und Rhythmen, sammelt und saugt  Melodien auf und verbindet diese mit modernen Klängen und Experimenten. Sie haben es sich zur Aufgabe gemacht, die populäre Musik zu erhalten, zu erneuern und zu verbreiten. Gestern Abend jedenfalls mit einem riesigen Erfolg. Trommeln und Perkussion in allen Varianten, ein Dudelsack, eine Laute, eine Maultrommel, klassische Instrumente, Sänger und Tänzer und ein Zeremonienmeister, der eine sehr eigenwillige Art zu dirigieren hatte.  Dabei sah alles so leicht aus und aus diesem Grunde hat das Publikum auch ohne Probleme mitgespielt (ich bin aber sicher, dass die meisten der Anwesenden aus Süditalien kamen und diese Tänze schon einmal selber getanzt oder wenigstens gesehen hatten).  Irgendwann hat sich das Publikum nicht mehr halten können und hat ebenfalls angefangen zu tanzen. Es war unglaublich  natürlich und so sympathisch!

Gestern  mit von der Partie waren: Nando Citarella – Gabriella Aiello – Valerio Perla – Carlo »Olaf »Cossu, Pietro Cernuto – Claudio Monteleoni – Pietro Pisano, Raffaella Coppola – Nathalie Leclerc als Sänger und Tänzer und außerdem  Badù ‘Ndiaje – Massimo Carrano, Giovanni Imparato, Arnaldo Vacca, Umberto Vitiello, Valerio Perla, Raniero Bassano, Andrea Caroselli, Ernesto ‘o duttore,  Roberto Giummarra, Gabriele Gagliarini, Simone Pulvano, U Papadia, Micaela Bernardini, Paolo Modugno, Maurizio Trippitelli, Les Cymbaluse und viele mehr.

Der Musiker, Schauspieler und Fachmann für traditionelle und populäre Musik  Nando Citarella hat u.a. auch bei Linsday Kemp und Dario Fo gelernt und mit ihnen zusammen gearbeitet.  Aber was er hat, kann man nicht lernen – so wird man geboren!

Fast drei Stunden Rhythmus, Energie und Lebensfreunde. Zum Schluss artete das Ganze in ein Gemeinschaftsprodukt mit dem tobenden Publikum aus! Wir haben uns selten so amüsiert.

P1210667 das Publikum tanzt mit

Christa Blenk

 

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Musik sehen – Bilder hören

P1210624vorher – nachher P1210629
  

Musik sehen – Bilder hören (Bericht für KULTURA EXTRA)

Konzert in der Aula Magna della Sapienza am 17. Februar 2015

Der Maler, Lichtdesigner und Bühnenbildner Gabriele Amadori und die Jazz-Musiker Stefano Battaglia und Michele Rabbia bemalten und betonten in 80 Minuten eine fast bühnenausfüllende riesige weiße Leinwand.

Neun Farben für Neun Sätz oder Bewegungen:

Vor einer 16 qm  großen weißen Leinwand stehen neun Farbtöpfe. Kobaltblau, Hell-türkis, Gelb, Rot, Azurblau, Orange, Hellorange, Hellgrün und Dunkelgrün.

Jede Farbe ist dem Klang eines bestimmten Instrumentes zugeordnet. Die drei Künstler-Musiker verwandelten durch gesten- und bewegungsgesteuerte Musikfragmente  den weißen leeren Leinwand-Raum in eine dreidimensionale Farb-Partitur. Diese Performance brachte unser Gehirn dazu, in den individuell und ungeplant platzierten Farbklecksen und Strichen dann und wann  Noten und Musiksprache zu erkennen  (ich habe z.B.  bei der Farbe Blau ganz klar eine C-Dur Passage erkannt und die Kringel als „C“ interpretiert).

Die Angst vor dem weißen Blatt vertreibt Amadori, indem er ganz zu Anfang mit einem großen Pinselstab ohne Farbe über die Leinwand fährt und das Feld erforscht, ja fast ertastet.

Parallel zum hellen Kobaltblau begann eine moderate, kristalline Pianomusik, die Percussion bestand vor allem aus Wind, die der geniale Musiker Michele Rabbia mit langen Gummistäben erzeugte. Das Piano gab den Ton an, die Musiker schauten auf den Künstler und der Maler auf die Musiker und  Letzterer trug nach und nach die Farben auf, wobei jede Farbe auch durch eine bestimmte Bewegung begleitet wurde. Bei der Farbe Gelb z.B. verteilte Rabbia vier Metronome auf der Bühne, die alle unterschiedlich tickten. Bei Rot kippte er sie wieder um und die bemalte Fläche, die bis jetzt an seltsame Kulturen unter einem Reagenzglas erinnerte, wurde -  über einen Umweg über Jackson Pollock, Cy Twombly  und die Tachismus Künstler – plötzlich zur impressionistischen Blumenwiese und zu einer Hommage an Matisse. Amadori, der sich anfangs fast wie in Trance vor seiner großen Leinwand bewegte, fing bei Orange an, den Rhythmus mitzubestimmen. Die grüne Farbe wurde im Dialog mit Rabbia an der Trommel, auf die Leinwand geknallt. Schließlich kam noch die dunkelgrüne Farbe zum Einsatz und der Künstler zeichnete  vier unregelmäßige Quadrate auf die Leinwand, entfernte zum Schluss die weißen Klebebänder  und unterteilte das Ganze somit nochmals in weiße regelmäßige Gitter. Dieses Happening hatte fast etwas Rituell-religiöses wie da auf enigmatische Weise  vor unsern Augen und Ohren dieses nicht vorhersehbare Kunstwerk entstand.

Schon seit 1998 organisiert der italienische Maler, Bildhauer und Lichtdesigner Gabriele Amadori (*1945) diese Music Action Paintings bei denen er abstrakte Musik, gestern Abend war es Free Jazz, in Materie, Bewegung, Farben verwandelt und wild und fremdbestimmt  Farbkleckse, Linien und Halbkreise auf der Leinwand zusammenbringt. Amadori, der heute in Mailand lebt, hat in den Jahren 1972 und 1976  an der Biennale von Venedig teilgenommen.

1998 entstand mit Unterstützung der UNESCO eine Wanderinstallation mit dem Titel « Tableau vivant – magic flute ».

Der italienische Free-Jazzer und Komponist Stefano Battaglia gibt Konzerte auf der ganzen Welt und hat schon viele Preise gewonnen. Der Perkussionist Michele Rabbia spielte und wirkte auf mehr als 15 unterschiedlichsten Instrumenten oder Gegenständen. Er war umwerfend gut. Rabbia hat lange in den USA gelebt, bevor er in den 90er Jahren wieder nach Italien zurückkam.  Am Ende standen sie alle Drei vor einem Art Brut à la Matisse Gemälde und das Publikum hat sich gar nicht mehr beruhigen wollen (obwohl während der Aufführung immer wieder jemand entnervt den Saal verließ!)

Christa Blenk

Zusatz: der Künstler Antonio Passa hat mit dem Musiker Riccardo Santoboni vor ein paar Jahren auch ein sehr interessantes Musik-Kunst-Projekt vorbereitet.

Diese Artikel gibt es auch in Italienischer Sprache auf diesem blog.

Passa

Santoboni

 

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Le chant du Rossignol und Carmina Burana in der Oper Rom

 Le chant du rossignol_Cor.Lorca Massine_Un momento del balletto_©Yasuko Kageyama-Opera Roma 2014-15_0242
 Le chant du rossignol_Cor.Lorca Massine_Un momento del balletto_©Yasuko Kageyama-Opera Roma 2014-15_0242
 

Le Chant du Rossignol und Carmina Burana an der Oper Rom

Die Oper Rom, die jedes Jahr wenigstens ein selten gespieltes Werk aufgreift (im letzten Jahr waren es zwei kurze Ravel-Werke, darüber hat KE auch berichtet), hat nun zwischen einem Rigoletto (im Januar 2015) und der Tosca (im März 2015) Strawinskys kurzes Nachtigallen-Ballet inszeniert und dieses mit Orffs Carmina Burana kombiniert.

Sehr erfolgversprechend: Carmina Burana ist ein Dauerbrenner und seit ihrer Uraufführung 1937 in Frankfurt/Main von wiederholtem Erfolg gekrönt.

Igor Strawinsky 1882-1971) hat sich 1908 für das Libretto seiner ersten Oper beim Andersen-Märchen Nattergallen (1843) bedient, das er als Kind vielleicht schon kannte. Manchmal kündigt sich hier noch blitzhaft der Einfluss eines Spätwerkes seines Lehrers Rimski Korsakov „Der Goldenen Hahn“, an. Auf Bitten von Diaghilev, ließ er diese Komposition nach dem ersten Akt liegen und machte sich an die Musik für das Ballett Der Feuervogel die Diaghilev für Paris wollte.  Es entstanden außerdem Petrouchka und das Skandalerfolgsstück Le Sacre du Printemps und Strawinsky dachte nicht mehr an seinen „altmodischen“ Rossignol. 1913, auf Bitten des Moskauer Freien Theaters (wohl aus finanziellen Gründen) willigste Strawinsky ein, das Stück zu vollenden. Mit Petrouchka und dem Sacre im Gepäck, konnte er natürlich den Stil von 1908 nicht wieder aufnehmen  und so stehen sich die konventionellen Naturszenen, beeinflusst von Debussy und dem spätromantischen Impressionismus und der Post-Sacre-Strawinsky krass gegenüber. Es beginnt dementsprechend wie ein spätromantisches Märchen und endet als unpsychologisches und nicht idealisierendes Experiment und wie schon beim Frühlingsopfer zerrüttelte und überforderte er die Zuhörer mit einem permanenten Rhythmuswechsel,  zwischendurch versetzt mit orientalischen Gong-Elementen.

Strawinsky sagte einmal über seine Musik: Naturgemäss kann Musik nichts erklären: weder Emozionen, noch Ansichten, weder Gefühle, noch Naturphänomene. Sie erklärt nur sich selber.

Wir hatten gestern Abend das Glück eine Aufführung zu sehen, die auf einem ursprünglichen Projekt von Serge Diaghilev und Léonide Massine basiert. Sie haben es 1917 für das Ballet Russe in Zusammenarbeit mit dem italienischen Futuristen Fortunato Depero entwickelt.

Und das kam so: Diaghilev besuchte 1916 Rom und sah eine Goldoni-Scarlatti-Tommasini Aufführung, inszeniert von Giacomo Balla, die ihn dermaßen beeindruckte, dass er sofort Feuer und Flamme für diese neue Kunstrichtung war und eine Bearbeitung des Rossignol mit den Futuristen, vor allem mit dem Balla-Schüler Depero, aufnahm. Leider kam diese Inszenierung aber nie zur Aufführung.

Rom hat nun das Bühnenbild und die Kostüme nachgebildet und den Sohn von Léonide Massine, den Amerikaner Lorca Massine verpflichtet, die Choreografie zu übernehmen. Es war umwerfend, diese romantische Nachtigallenstory kombiniert mit den mechanischen Bewegungen und futuristischen Farben (die Entscheidung des Kaiser dem mechanischen Vogel den Vorrang zu geben, dürfte ganz im Sinne der „es-leben-die Maschinen-Philosophie der Futuristen gewesen sein). Ein Spaziergang durch die Futuristenabteilung im hiesigen Museum für Moderne Kunst, bei dem man ab und zu eine Figur aus dem Triadischen Ballet traf.

Die Geschichte ist ganz einfach: Der Kaiser von China hört den wunderbaren Gesang einer Nachtigall, bekommt vom japanischen Kaiser aber einen mechanischen Zaubervogel geschenkt, dem er den Vorzug gibt. Die echte Nachtigall schmollt und zieht sich traurig zurück. Der Tod erscheint und will den Kaiser holen, der mechanische Vogel gibt den Geist auf was den Kaiser noch kränker werden lässt. Aber auf die Natur kann man sich halt verlassen und irgendwann tänzelt die lebendige Nachtigall wieder aufs Parkett und bezirzt zuerst den Tod mit ihrem Gesang  bis dieser verzückt abzieht, um in der Folge den Kaiser ins Leben zurückzuholen.

Die Balletversion dauert nur knappe 30 wundervolle Minuten und ist wie ein Wettstreit zwischen Technik und Leben, zwischen Oboe und Querflöte. Allerdings hat das Orchester dies meiner Meinung nach nicht gut genug herausgeholt. Die Tänzer waren großartig.

 

Nach der Pause kam Carmina Burana

Gut 20 Jahre nach der dritten Fassung der Nachtigall, also 1936, entstand Carmina Burana. Carl Orff (1895-1982) entdeckte 1934 durch einen glücklichen  Zufall (deshalb heißt wohl die Hauptperson und Zeremonienmeisterin auch Fortuna) in einem Würzburger Antiquariatskatalog eine Handschrift aus dem 12. Jahrhundert (Cantoribus et choris cantandae comitantibus instrumentibus atque imaginibus magicis)und fühlte sich sofort von dem mysteriösen Namen Carmina Burana und vom Thema überhaupt angezogen: Schon 1935 machte er sich mit einem Studenten an das Libretto in Latein und Mittelhochdeutsch und Altfranzösisch, wählte 24 Verse aus und so entstand dieses monumentale Opus über Wein, Weib und Gesang. In dieser Neukomposition nach Stilmerkmalen des Mittelalters geht es um Weltlich-Paganes: Glück, Wohlstand, Frühling und dessen Freuden, Wein, Völlerei, Spiel und die Frauen natürlich. Das Werk ist zeitlos und weder Oper, noch Oratorium noch Kantate.  Orff war der einzige von den bekannten Komponisten, der – warum auch immer – Atonaltes oder Schräges nicht in seine Musik einbezog. Er hat seine eigene farblose Ästhetik entwickelt und so – vor allem durch Carmina Burana – Weltruhm erlangt.

Der Chor in griechischer Theater-Manier, ist links und rechts der Bühne angeordnet (an die 100 Sänger). Im Hintergrund ein graues, simples Eisengerüst aus dem die Tänzer sich – manchmal sehr lüstern – herausschälten. Die schwarzen Männer im Obergeschoß der Struktur gaben dem Ganzen etwas Martialisches. Fortuna war seltsamerweise auch in schwarz gekleidet. An Farben gab es außer grau-schwarz/weiß nur hautfarbene Töne, die eine Nacktheit vortäuschen sollten, vor allem bei den Paarungs-Versen, bis dann mit der Verführung das Blutrote hinzukam. Außer ein paar weißen Hockern, die aber vor allem Accessoires der Tänzer waren, gehörte die Bühne den Tänzern und Sängern.  Das ganze Spektakel war beeindruckend und mitreißend.

Der Belgier Micha van Hoecke (*1944)  hat diese Carmina inszeniert – für Chor, Ballet und Solisten. Es ist nicht seine erste Carmina Burana aber diese hier ist anders, sie stützt sich sehr auf individuelle Darsteller und Solisten. Und er hat sich seinen Traum erfülllt, mit dem Modeschöpfer Emanuel Ungaro zusammen zu arbeiten. Van Hoecke hat bei Maurice Bejart gelernt und ist nicht das erste Mal in Italien. In den letzten Jahren  hat u.a. Choreografien für die Scala entwickelt und eine weitere Carmina Burana für Pisa.

Es geht – wie auch sonst – bombastisch los. Fortuna taucht auf und kündigt das Ankommen des Frühlings an was ein Synonym für das Erwachen der Liebe (und Leidenschaft) ist. Die Geschichte artet in einem deftigen Saufgelage aus bis die Liebesstunde gekommen ist. Eingepackt ist diese banale Handlung in  gewaltige Chorarien zu Ehren Fortunas, die für das Schicksal der Erdenbürger zuständig ist.

Orff ging sehr frei mit der Handhabung der Verse oder Strophen um, holte Personen hier weg um sie dort einzubauen. Die schöne Helena wird in einem Atemzug mit Blanziflor, eine Gestalt aus einer altfranzösischen Rittersage erwähnt. Konventionell, traditionell und gewaltig-archaisch die Musik und der Chor.

Die Sopranistin Kathleen Kim, Filippo Mineccia, Countertenor und der Bariton Jonathan McGovern waren die drei Solisten, wobei es Fortuna mit den Männern nicht immer gut meinte, ihnen fehlte es manchmal an Kraft. Aber bei eine Tanzfassung hört man auch die Musik anders. Kim war ziemlich gut.

Van Hoecke fuhr mit allem auf, was die römische Oper zu bieten hat, der ganz große Aufmarsch von Chor, Orchester und Ballet des Teatro dell’Opera di Roma. Am Pult David Coelman, manchmal etwas zaghaft; der Chorleiter ist Roberto Gabbiani.

Wenn man bedenkt, dass die Oper Rom im Sommer für ein paar Wochen ihr Haus aus Geldmangel schließen musste und Vorstellungen ausfielen oder nur mit Klavierbegleitung stattfanden, war das ein Teil eines ziemlich guten Neuanfanges!  

Carmina Burana_Cor.Micha van Hoecke_Un insieme,a sinistra Jonathan McGovern, a destra Kathleen Kim_©Yasuko Kageyama-Opera Roma
 Carmina Burana_Cor.Micha van Hoecke_Un insieme,a sinistra Jonathan McGovern, a destra Kathleen Kim_©Yasuko Kageyama-Opera Roma

Christa Blenk

 

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Grünes Gewölbe und die Barockmusik

P1190190 Barockkirche in Rom

Pretiosen der Dresdner Hof-Musik

Als der Kurfürst Friedrich August I (1670-1733) , auch bekannt unter dem Namen August der Starke, schließlich die behütete Schatzkammer « Das Grüne Gewölbe » im Dresdner Residenzschloss öffnen ließ, quollen prachtvolle Schätze hervor, was den  ohnehin schon passionierten Sammler dazu anspornte, unzählige Goldschmiedearbeiten anfertigen zu lassen, um diesen ungeheuren Schatz noch zu vergrößern. Die Vorliebe dieses eitlen und schillernden Herrschers für die französische Comédie war Auslöser für großartige Ausführungen.  Dresden sollte neben Venedig und Wien ein weiterer – oder besser gesagt  der – Mittelpunkt der Musik werden. Dafür brauchte er Musiker und  viel (neue) Musik, die er schon  Anfang des 18. Jahrhunderts in Form von Komponisten und Interpreten, vor allem aus Italien,  an seinen Hof holte, obwohl  die italienische Musik ihm zuerst weniger zusagte.  Als einer der ersten, kam 1717 der Venezianer Antonio Lotti, der gleich seine Frau, die  Sängerin Santa Stella mitbrachate  nach Dresden. Insgesamt sollte er drei Opern inszenieren und aufführen, hierbei unterstützte ihn das bereits vorhandene und ziemlich gut besetzte Orchester mit vielen französischen Musikern.  In der Folge kamen Johann Georg Pisendel, Johann David Heinichen und Silvius Leoold Weiss als Musiker bzw. Hof-Kapellmeister nach Sachsen; zusammen mit den ausgezeichneten Musikern bildeten sie so etwas wie ein « dream team ». Als Johann Adolf Hasse 1733 an den Hof kam, übernahm er eines der besten Orchester in Europa.

Unter dem absolutistisch und  egozentrischen August I, der zeitweise auch König von Polen war,  blühten sowohl Dresden als auch Warschau zu den prächtigsten Höfen in Europa auf und wurden zu  kulturellen und wirtschaftlichen barocken Metropolen. Große Feste à la Versaille wurden im Zwinger und in den Gärten gefeiert und nicht nur Musiker und Komponisten wie Hasse, Heinichen, Lotti, Zelenka sowie Mitglieder der Bach-Familie kamen an seinen Hof, auch Dichter, Maler, Bildhauer Philosophen, Kupferstecher und Ärzte gaben sich dort ein Stelldichein. Es wimmelte nur so von Prominenz und Kulturschaffenden.

Pedal

Für die prunkvolle  Hochzeit seines Sohnes 1719 komponierte Lotti z.B. die Opera seria Giove in Argo. Von dieser Komposition und noch vielen anderen aus dieser Glanzzeit erzählt  die CD Sonderausgabe « Das neu eröffnete musikalische Schatzkästlein – Pretiosen der Dresdner Hof-Musik ». Regelrechte, zum Teil nicht sehr bekannte, Schmankerl werden hier vorgestellt.

Antonio Lottis Sinfonia zum Melodrama Pastorale Giove in Argo entspricht mit veloce- lento- veloce der damaligen Mode einer Opernouvertüre. Diese Aufnahme ist in der Lukaskirche in Dresden 2004  – extra für diese CD – entstanden.  Komponiert wurde sie 1717 ganz im Vivaldi-Stil.  (Händel lebte zu diesem Zeitpunkt schon in London).

Das  Concerto c-Moll RV 5 hat Antonio Vivaldi um  1720 eigens für das Dresdner Orchester geschrieben. Vivaldi hatte sich gerade mit  Venedig zerstritten und lebte in Mantua, wo er in den Diensten von Philipp von Hessen-Darmstadt stand und als Opernkomponist arbeitete. Dieses Concerto ist ein unverkennbarer Vivaldi und ein Vorläufer der vier Stationen, interpretiert hier vom Ensemble Virtuosi Saxoniale unter Ludwig Güttler 1993. Dieses ausgezeichnete Dresdner Kammerorchester, das hauptsächlich aus Musikern der Dresdner Staatskapelle besteht, wurde 1985 von Ludwig Güttler ins Leben gerufen mit dem Ziel, sich hauptsächlich mit der Dresdner Hofmusik im 18. Jahrhundert zu befassen, deshalb sind auch viele der Stücke auf dieser CD aus deren Fundus. Dieses Ensemble holte Stücke von Musikern wie Johann David Heinichen oder Johann Adolf Hasse und Antonio Lotti oder Johann Joachim Quantz und Georg Benda aus der Schublade.

Eine weitere Ersteinspielung ist ein Auszug aus der Suite C-dur von Silvius Leopold Weiss (1686-1750); komponiert 1717, ein wunderbares, sehr französisches, Lautenstück.  Weiß hat vor allem Suiten und Sonaten komponiert, war am Dresdner Hof sehr angesehen und hat dann und wann auch mit Bach zusammen gearbeitet.

Dann geht es wieder frisch und fröhlich weiter mit  einer Sinfonia von Johann Georg Pisendel (1687-1755) für 2 Flöten, 2 Oboen, 2 Corni, Streicher und Basso continuo – das Allegro di molto könnte auch von  einem sehr frühen Haydn oder Mozart sein. Er, Piesendel, war ein Schüler von Vivaldi und die Sinfonia B-Dur ist eines seiner Spätwerke hat aber auch sehr französischen Charakter. Auch wieder vorgetragen vom Ensemble Virtuosi Saxoniae.

Die nächste Ersteinspielung stammt aus der Feder von Johann Joachim Quantz (1698-1773), Sonate F-dur für Flöte und Cembalo. Quantz war ursprünglich Oboist und nahm erst später in Wien Kompositionsunterricht. Die Sonate, sehr geometrisch und schlicht mit Caroline Schulz an der Querflöte, entstand ebenfalls in Dresden und wurde später sogar von Pisendel für Viola und Cembalo bearbeitet.

Kaffee war eine Delikatesse, den die Türken hinterlassen hatten und Johann Sebastian Bachs Kaffee-Kantate erzählt von den Verführungen, Wünschen und Sehnsüchten ihn zu trinken. Wunderbar vorgetragen von Juliane Claus, Georg Christoph Biller und Marin Krumbiegel.

Johann David Heinichen (1683-1729) Concerto F-dur. Er hatte seine Grand Tour in Venedig absolviert befor er 1717 – auf Lebenszeit – Hofkapellmeister in Dresden wurde.

Der böhmische Komponist Jan Dismas Zelenda, einer der Interessantesten am Hof, hatte wahrscheinlich  keine italienische oder venezianische Ausbildung und hoffte, nach dem Tode von Heinichen, dessen Stelle als Kapellmeister am Hof zu bekommen, er hatte aber Hasse gegenüber das Nachsehen und durfte deshalb nur als Hofkomponist agieren und als Hof – oder Kirchenkomponist starb er 1745 in Dresden. Das war ungerecht ihm gegenüber, denn er war einer der originellsten und einfallsreichsten aber auch unkonventionellsten Komponisten seiner Zeit. Das Capriccio G-Dur ZWV 183 für 2 Corni da caccia, 2 Oboen, Streicher, Fagott und Basso continuo – auch eine Aufnahme der Virtuosi Saxionae – beweist das unbedingt. Allegro – Canarie alternativement avec l’Air – Gavotte – Rondeau – Minuetto – Trio. Sehr schön!

Zum Schluß nochmals ein Auszug aus einer weltlichen Huldigungskantate von Bach Lasst uns sorgen lasst uns wachen (Herkules auf dem Scheidewege), gesungen von Peter Schreier (Aufnahme aus 1981). Dieses dramma per musica,  nach einem Text von Picander, das 1733 in Leipzig uraufgeführt wurde, ist eine Art von Erinnerungsakt Bachs  gegenüber Friedrich August I und wurde zum 11. Geburtstag des Kurprinzen Friedrich Christian komponiert. (Teile davon können Sie im Weihnachtsoratorium wieder finden).

2006 hat Ludwig Güttler mit den Virtuosi Saxoniae eine CD « Dresden Barock » herausgebracht, die auch das Thema Musik am Hof von August des Starken aufgenommen hat.

marcello nardis napoli

 Marcello Nardis in einer (Barock)-Rolle

Christa Blenk

 

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Deus in machina – Rom

P1200754 
Licht- und Musikinstallation von Laura Bianchini und Michelangelo Lupone Anfang Januar 2015 an den Trajans Märkten
 

Ewige Theaterbühne Rom

« Die  Welt  eine Bühne » (und hier in Rom wird der Satz von Shakespeare noch ergänzt mit : “und der Papst ist der Hauptdarsteller”)

Die Ewige Stadt im Gepäck: Wie Goethe, Humboldt und andere das Italienbild der Deutschen prägten.

Arnold Esch und Roberto Zapperi haben sich gestern Abend im Rahmen der Internationalen Begegnungen der Deutschen Akademie für Sprache und Dichtung – zum ersten Mal gestern im Ausland – in der Casa di Goethe über die ewige Stadt, über deren Renaissancen und über das Phänomen eines Nachlebens der Antike, wie es dazu kam und wie man damit umgegangen ist und immer noch umgehen soll/kann oder muss, ausgetauscht.

Während der Rom-Kenner und ehemalige Direktor der DHI, Arnold Esch, über europäische Gemeinsamkeiten und Rom-Erwartungen referierte und Erfahrungen bzw. Aufzeichnungen von z.B. von Niebuhr und von Bonstetten von Anfang des 19. Jahrhunderts  und vor allem vom Historiker  Gregorovius Mitte des 19. Jahrhundert weitergab –  er zitierte z.B. aus einer Vorlesung an der Uni Göttingen über praktische Hinweise für Rom-Reisende (im 19.Jahrhundert) – widmete sich der italienische Kunsthistoriker und Dichter Roberto Zapperi hauptsächlich Goethes Italienreise und vor allem Karl Philipp Moritz’  „Reisen eines Deutschen in Italien“.

Als gemeinsamer Nenner Aller  ist auf jeden Fall, die Liebe zur Antike festzuhalten. All diese Reisenden haben sich absolut nicht für das neue Rom interessiert. Alles was Rom in der Renaissance oder im Barock errungen hat, war viel zu neu und schon deshalb uninteressant oder nicht beachtenswert. Wilhelm von Humboldt war zum Beispiel ein großer Verfechter der Erhaltung der römischen Anarchie. Hier war all  das erlaubt, ja erwünscht, was er zu Hause in Berlin auf das Heftigste verurteilt hätte.

Keine Stadt macht so hochmütig als Königsberg, keine Stadt macht so demütig als Rom“ das sagte der ostpreußische Protestant Ferdinand Gregorovius, der sich nach dem Scheitern der Revolution von 1848 ins Exil nach Rom begab und hier unter anderem die wichtigste Geschichte des mittelalterlichen Roms schrieb.

Die Welt eine Bühne. Das Leben ein Auftritt. Du kommst, siehst, gehst (ab).

Die Entdeckung für mich persönlich waren die Aufzeichnungen von Moritz. Ich habe daraufhin das Buch sofort bestellt, allein die Erzählungen von einer Hinrichtung eines 20jährigen, sehr schönen Maler-Modells (vor allem der deutschen Maler), der einen Mord begangen hatte, hörte sich wie griechisches Theater pur an. Der bedauernde Henker und der mitfühlende und eine Maske tragende Tröster! Auch oder vor allem seine juristischen Beobachtungen sind genial und wenn ich  den Unterton von Zapperi richtig interpretiert habe, dann darf man  Moritz mit Goethe – jedenfalls wenn es um die Italien-Berichte geht, ruhig  in eine Reihe stellen.

Am Tiber

Am 20. November 1787 schrieb  also Carl Philipp Moritz an Philipp Seidel:

Wer aus einer Stadt hicher kömmt, wo eine strenge Polizei beobachtet wird, dem fällt es sehr sonderbar auf, daß man hier am hellen Tage mitten in der Stadt ein Pi~stol aus dem Fenster abfeuern darf.

Von Polizei findet hier nun wirklich gar keine Idee statt; ein jeder tut auf öffentlicher Straße, was ihm beliebt; und durch Zwang und Ordnung ist man wohl nicht leicht an einem Orte weniger eingeschränkt als hier.

Die unzähligen Bettler bedienen sich denn auch insbe­sondere dieser Freiheit, die öffentlichen Straßen auf alle Weise zu ihrer Bequemlichkeit zu brauchen; welches denn freilich für die feine Welt keinen angenehmen Anblick gibt und für feine Nasen kein Weihrauch ist.

Man duldet dies aber und gewöhnt sich daran, weil man es nicht wagt, dem Armen, dem man alles genommen hat, auch noch die öffentlichen Straßen zu verweigern, die er ,sich zu seiner Behausung und zu seiner Lagerstatt wählt und also auch dasjenige hier verrichten muß, was man sonst nur in seiner Wohnung tut. „

Nur bei Kardinal Ratzinger hat es nicht funktioniert, war so etwas wie der Schlußsatz, dieser, sagte Zapperi, wird von den Römern vor allem dafür bewundert, dass er zurück getreten ist.

Moderiert hat Heinrich Detering, der Präsident der Deutschen Akademie für Sprache und Dichtung.

Sant' Andrea della Valle Radierung: Schirin Fatemi

Christa Blenk

Fotos: Christa Blenk

 

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Sacred Music for the Poor – CD Entdeckung

chiesa nueva Chiesa Nuova

CD-Entdeckung: Sacred Music for the Poor – Geistliche Armenmusik in Rom um 1600

La Vallicella heißt das Viertel zwischen der heute sehr eleganten und teuren Via Giulia und der Uferstraße Lungotevere Tor di Nona. In der Reformation und Gegenreformation lebte dort die ärmere und einfachere Bevölkerung und es herrschte ein ziemlich rauer Ton (da half dann der Blick auf die direkt gegenüber liegende Engelsburg und auf den Petersdom auch nicht immer!). Der Priester und spätere – gegen seinen Willen – heilig gesprochene Filippo Neri (1515-1595) siedelte gerade aus diesem Grund dort den Sitz seiner Kirche Santa Maria in Vallicella – heute bekannt als Chiesa Nuova an. Im direkt anschließenden Oratorium (das später Borromini umbauen sollte) entstand so eine Art Musikzentrum, deren Ziel es war, die frohen Botschaften auf eine andere Weise zu verbreiten. Die Aufführungen dieser Liturgien für die kleinen Leute unter den Philippinischen Brüdern erlangten großen Zuspruch und wurden immer bekannter. Alte populäre Lieder, Madrigale, Sinfonien oder Lauden aus der Renaissance- und Frührenaissance wurden hervorgeholt und die Straße wurde zum Konzert- und Beetsaal. Der römische, teilweise  geächtete, Maler Caravaggio,  pflegte sich seine Modelle aus der Vallicella zu holen. Sein großes Gemälde Die Madonna der Pilger (1606) wurde damals von der Kirche abgelehnt, weil die vor der Madonna knienden Pilger schmutzige Füße hatten und die Madonna mit ihrem ausgiebigen Dekollté viel zu attraktiv war (inoffiziell stritten sich die Kardinäle natürlich um diese Werke).

Mit viel Enthusiasmus und Arbeit gelang es dieser Sub-Gemeinde bis zu dreistimmige Werke (meistens a cappella) einzustudieren und vorzutragen und gerade diese Einfachheit ist wunderschön und attraktiv. Die Werke waren nicht immer religiösen Ursprung. Oft wurden weltliche oder pagane Lieder religiös-korrekt umgeschrieben, Nymphen wurden zu Heiligen oder Diebe zu Wohltätern. Mit der Zeit erlangte  diese Musik auch im offiziellen Rom einen Ruf und sorgte dementsprechend für Aufruhr, da das Oratorium eigentlich nur zu gewissen fest gelegten Zeiten (bei nächtlicher Stunde) aufgeführt oder gesungen werden durfte. Viele Komponisten, die nicht aus der Oberschicht stammten, fingen an, derartige Oratorien oder Lauden zu schreiben. Der Florentiner Giovanni Animuccia (der bis 1571 Kapellmeister im Petersdom war und gut mit Filippo Neri bekannt war), der Spanier  Francisco Soto de Langa (er sang von 1562 bis 1611 in der päpstlichen Kapelle) und der Römer Giovanni Francesco Anerio (ein Schüler von Palestrina) sowie Emilio de’Cavalieri und Luca Marenzio  waren einige der Hauptprotagonisten dieses Musikgenres. (Informationen stammen zum Teil aus dem umfangreichen und sehr informativen Begleitheft dieser CD).

Die Aufnahme enthält anonyme Kompositionen und Werke von den oben erwähnten Komponisten. Deh, venitene pastori von Animuccia ist eine Art Weihnachts-Madrigal, bei der die Hirten angerufen werden, den schönen Messias aufzusuchen. Cor mio dolente e tristo von Soto de Langa (1583) hat mich an John Dowlands Musik denken lassen, die von einer zarten und sehr bewegenden anonymen Instrumental-Sinfonia (1600) abgelöst wird. Zwischendurch eine etwas jüngere Instrumentalkomposition von Johann Hieronymus Kapsberger (1640) Canario für Gitarre und Theorbe. Weiter mit einem Madrigal, das Giacomo Carissimi zugeschrieben wird Fuggi fuggi quel ben (1659); hier kann man schon die ankommende Barockmusik oder wenigstens Monteverdi hören. Als Zugabe spielen und singen sie eine neapolitanische Tarantella La santa allegrezza aus dem 18. Jahrhundert. Manche Lauden oder Madrigale werden im volkstümlichen Charakter vorgetragen, andere wieder ganz klassisch. Jede einzelne der 21 Melodien ist einzigartig.

Die CD ist eine abwechslungsreiche und sehr gelungene Zusammenstellung von geistlicher und paganer Musik aus der Zeit zwischen Renaissance und Frühbarock in Mittelitalien, vor allem Rom.

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Alessandro Quarta, der sich sonst eher mit Barockmusik befasst (wir denken an die unglaubliche Aufführung von vor zwei Monaten in Rom von Scarlattis Giuditta)  bewegt sich hier auf den Spuren von Jordi Savall. 2011 hat er mit seinem Ensemble Concerto Romano die CD Sacred Music for the Poor produziert. Diese Musik für die Armen des 16. und 17. Jahrhundert im alten Rom, die von der offiziellen Kirche vergessen wurden, ist eine wahre Kostbarkeit.

Die Sopranistinnen Monica Piccini und Lucia Napoli, die Tenöre Baltazar Zuniga, Luca Cervoni, Vincenzi Di Donato und der Bass Giacomo Farioli singen abwechselnd. Begleitet werden sie zart und diskret von den ausgezeichneten Musikern des Ensembles Paolo Perrone (Violine); Serena Bellini (Flöten); Andrea Inghisciano (Zink), Luca Marconato und Francesco Tomani (Gitarre und Theorbe); Alfonso Marin (Cello).

Der junge italienische Dirigent und Komponist Alessandro Quarta hat das Ensemble Concerto Romano 2006 gegründet; 2009 nahmen sie bereits mit großem Erfolg am Festival Tage Alter Musik in Herne teil und treten seitdem regelmäßig in Wien,  in Rom und in ganz Europa auf.

Die CD heisst: Sacred Music for the Poor at Santa Maria in Vallicella, Rome/ Populäre geistliche Musik aus der Armenkirche Roms um 1600 – Christophorus – Concerto Romano – Alessandro Quarta (aufgenommen wurde diese CD im November 2011 in der Aula Magna del Convento di S.Isidoro, Rom).

(Hinweis auf eine weitere CD von Concerto Romano und Alessandro Quarta: Luther in Rom Der Klang der Ewigen Stadt anno 1511 – ebenfalls bei Christophorus)

Christa Blenk

PS: Das Concerto Romano hat im Dezember 2014 in Rom eine wunderbare Aufführung von Scarlattis « Giuditta » präsentiert und jetzt warten wir sehnsüchtig auf diese CD!

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hier das Concerto Romano nach der Giuditta Aufführung

 

 

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Forme Immateriali – Musikskulptur von Michelangelo Lupone in der GNAM

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Elektronisch-zeitgenössischer Zauberlehrling

Walle! walle – manche Strecke – dass, zum Zwecke – Wasser fließe – und mit reichem, vollem Schwalle – zu dem Bade sich ergieße…   und weiter unten  …. schon zum zweiten Male! – Wie das Becken schwillt ! – Wie sich jede Schale – Voll mit Wasser füllt! (aus Goethe, Der Zauberlehrling)

Forme immateriali von Michelangelo Lupone. Die GNAM besitzt seit heute das erste musikalische Kunstwerk und das Publikum durfte eröffnen.

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Lupone bei der Pressekonferenz und anschließend beim Interview vor seiner
Musik-Kunst-Installation « forme immateriali »

Forme immateriali opera musicale adattive permanente.

Immaterielle Formen heißt die Musik-Skulptur, die Michelangelo Lupone für die GNAM als Auftragswerk geschaffen hat und die gestern Abend (06/02/2015) dort eingeweiht wurde. Und dort, in dieser Ruhezone im Museum, soll sie auch permanent verbleiben – in und zwischen den zwei Brunnen im  Cortile del Partigiano (ein Innenhof im Museum).

Je nach Jahreszeit und Wetterbedingung wird das Wasser in den beiden Brunnen in einer anderen Stimmlage singen oder ein anderes Instrument wird in diesem Wasser-Orchester die erste Geige spielen. Um am Leben zu bleiben, braucht diese Elemente-, Gesten- und emotionsbestimmte Skulptur Regen, Hitze, Kälte und Einflüsse bzw. Interventionen von aussen, d.h. von den Museums-Besuchern, die mit dem  Aluminium-Zauberstab das Wasser in Bewegung bringen wollen.

Metallsensoren oder Klanglinsen im Wasser verstärken den Ton, den der Museumsbesucher mit seinem Zauberstab auslöst. Dieser wird an einen Computer weitergegeben der die Fragmente, Tonsequenzen und Klangfarben  analysiert und umsetzt sie und – zusammen mit der vorgegebenen Background Musik – in eine Polyphonie verwandelt. Durch die Berührung des Wassers mit einem Aluminiumstab entstehen delikate, ständig wechselnde Formen und flüchtige Klänge oder Geschwindigkeiten mit permanent wechselnden Klangfarben und Rhythmen werden hervorgerufen. Diese Dynamik legt unendliche Variationen frei.  Kurzlebig und ephemer ist die subtile Vibration eines Wassertropfens und man muss gut aufpassen, um nichts zu verpassen. Das ständige Wechseln von Formen, Geschwindigkeiten,  Positionen, Tönen, Wellen, Rhythmen, Dynamik und Figuren eröffnet einen unendlichen  Weg von Variationen. Ruhig und langsam verläuft dieser Prozess im Winter, sagt Lupone, mal sehen was die nächsten Monate für Veränderungen hervorbringen.

Bei Wasser und Musik denken wir automatisch zuerst an Händel oder an Vivaldi. Es handelt sich hier aber nicht um eine Imitation oder um ein Nachahmen von Geräuschen oder Stimmungen  ähnlich Vivaldi oder Smetana bei den Jahreszeiten oder der Moldau. Bei Lupone führen die Zeit und die klimatischen Konditionen in Zusammenarbeit mit der Menschenhand, die den Zauberstab hält, Regie. Die unterschiedlichen Wasserströmungen in den beiden gegenüberliegenden Brunnen führen säuselnde Gespräche oder diskutieren lautstark.

Der italienische Musiker und Komponist Michelangelo Lupone ist hier zum darstellenden Künstler geworden und deshalb heißt die Premiere auch Vernissage. Lupone wird aber auch zum Hexenmeister oder Magier und seine Kompositions-Skulptur bringt ständig neue Melodien hervor und ändert eigenständig die Partitur. Kein Ton ist – jedenfalls bewusst – nachvollziehbar oder wiederholbar. Jeder Protagonist gibt seine eigene Energie, Zurückhaltung, Sensibilität oder Aggression über den Stab ans Wasser ab und dementsprechend konnte man an diesem Abend sehen, wie unterschiedlich jeder neue Initiation eines Zauberlehrlings vonstatten ging. Der Meister führte es uns vor und ging dann weg. Der Innenhof des Partigiano in der GNAM ist somit zum Konzertsaal geworden. Lupone und Bianchini haben Ähnliches schon  vor vier Wochen an den Trajans Märkten mit ihrer Performance ludi multifonici unter Beweis gestellt.

Vor 27 Jahren hat Lupone mit der Komponistin Laura Bianchini das CRM (Centro Ricerche Musicali) gegründet und seit dieser Zeit arbeiten sie – eigentlich wie Wissenschaftler – daran, Musik (Klang) mit Wissenschaft mit Poesie zu verbinden. Musik kann man weder riechen, noch sehen noch spüren, aber sie kann zu Wasser werden, sagte Prof. Sandro Cappelletto vor der Einweihung.

Lupone selber erzählte von der großen Herausforderung und der Begeisterung, dieses Auftragswerk zu realisieren. Die Idee war, das Museum um ein akustisches Kunstwerk  zu bereichern, das die Atmosphäre in seinen Räumen aufnimmt oder unterstützt und das Publikum interaktiv mit einbezieht. Die GNAM hat somit die erste musikalische „site specific“ Skulptur in Italien oder vielleicht sogar überhaupt.

Kuratiert wurde diese Produktion des Centro Ricerche Musicale (CRM) für die Galleria Nazionale d’Arte Moderna (GNAM) von Martina De Luca. Organisiert und Koordiniert von der Direktorin des CRM, Laura Bianchini.

Christa Blenk

weitere Installationen oder Performances von Michelangelo Lupone oder Laura Bianchini

Feed Drum

Über eine weitere Performance im Sommer 2014 hat KE schon berichtet. 

 

 

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Speaking Drums

eötvös und grubinger nachdem Konzert Speaking Drums – Eötvös und Grubinger nach dem Konzert

Auditorium – Parco della Musica – Sala Santa Cecilia – 31/1/2015

Speaking Drums

Gestern Abend hat der ungarische Dirigent und Komponist Peter Eötvös das Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia geleitet und dem römischen Publikum sein Perkussions-opus „Speaking Drums“ – Vier Gedichte für Solo-Schlagzeuger und Orchester nach Texten von Sándor Weöres vorgestellt. Begleitet dabei hat ihn der junge Österreicher Martin Grubinger.

22 Minuten dauert diese Perkussion-Theater-Show und wie der Titel schon ankündigt, wird dazu auch gesprochen. Sieben unterschiedliche Schlagzeug-Kombinationen sind vor dem (kleinen) Orchester aufgebaut. Zwischen diesen, schrille Schreie von sich gebend, turnt der Grubinger virtuos hin- und her. Es hört sich an wie eine Mischung aus geister beschwörendem Voodoo-Kriegsgeschrei und die Performances einer Maori-Rugby Mannschaft, wenn die ihre Gegner schon vor dem Spiel mit Gebrüll fertig machen wollen. Gebannt schauen wir auf die Bühne, ob Grubinger die Musiker (oder das Publikum) evtl. auch noch physisch angreifen wird. Jeder Satz lässt Spielraum für Improvisationen. Für das Publikum allerdings nicht erkennbar, was Partition und was Improvisation ist – wahrscheinlich für Grubinger auch nicht, denn er geht voll darin auf.

Dance Song heißt der erste Satz und Grubinger schreit den rhythmischen Pattern angepasst  Wörter (4, 3, 2, 1-silbig) wie Panyigai – Kudora – Kotta – Ü und beendet dieses  mit einem Glockenspiel und japanischen Trommeln. Das Orchester antwortet harmonisch und transparent und fast unauffällig. Der zweite Teil trägt den Namen Nonsense Songs. Hier bearbeitete Eötvös Teile von Kriegsgedichten von Weöres (barbarisches Lied heißt eines) und es fehlt nur noch das Messer zwischen den Zähnen bis es dann eine Zeitlang  ruhiger wird.  Hier brüllt er die Wörter Naur und Glainre und das Orchester antwortet mit einem gesprochenen, friedlichen Jamam. Der dritte Satz ist eine Passacaglia, als siebenteilige Suite aufgebaut (Entrée, Saltarello, Bourrée, Passepied, Gigue, Allemande, Finale) und basiert zum Teil auf Versen des indischen mittelalterlichen Dichters, Jayadeva. Die etwas schleppenden Rhythmen werden hier vom Wort Harir und vom Brüllen eines Löwen begleitet. Der dritte Teil ist sehr Marimba-lastig (auf ihr ist Martin Grubinger der Großmeister) und unterbricht sich selber (oder war es gleichzeitig?) von einer Art schnellem Rap-Gespräch Lalitala vangala tápari sílana kómala malaja szamiré. Die Gigue ist eine Form von Charleston Duett mit Trompete, wozu der Trompeter aus dem Orchester zu ihm nach vorne gerannt kam, wieder abzog um Platz für zwei weitere Musiker zu machen, die ihm Pfannen und eine Art große Thermoskanne hinhielten, auf die Grubinger dann einschlug. Begleitet wieder vom Orchester und den traditionellen Perkussionsinstrumenten hinter den Musikern. Tam-Tam, Holz, Finale, Ende, Applaus und begeisterter Jubel!

Peter Eötvös (*1944) hat dieses Werk 2012 als Auftragswerk für die Stiftung Prinz Pierre von Monaco komponiert; es wurde 2013 in Monte Carlo uraufgeführt mit Andrey Boreyko am Pult und Daniel Ciampolini an der Perkussionsinstallation.

Der Salzburger Martin Grubinger (*1983) gehört spätestens seit dem vierstündigen Perkussionsmarathon The Percussive Planet (2010) zu den Schlagzeug-Stars. Er hat sich gestern voll ausgetobt und viel Spaß dabei gehabt und sicher 2 Kilo abgenommen.

Als Begleitprogramm gab es ein zartes 13 Minuten Stück von György Ligeti  Melodien, komponiert 1971 als Auftragswerk der Stadt Nürnberg zum 500. Geburtstag von Albert Dürer (1471-1528); eine eher langweilige, aber umso amerikanischere Komposition von Charles Ives (1874-1954) Three Places in New England, das dieser in Gedanken an die miniberockten US girls bei der  Parade zum 4. Juli (US Nationalfeiertag) komponiert hat  und George Gershwins (1898-1937) Dauerbrenner An American in Paris. Komponiert schon 1928 aber seit Vincente Minellis gleichnamigen Film von 1951 in aller Ohren und Munde. Es ließ sich nicht vermeiden, hier in Gedanken Gene Kelly und Leslie Caron durch die Straßen von Paris schweben zu sehen. Schöner wuchtiger Ausklang.

Christa Blenk

Auditorium 002 Sala Santa Cecilia

 

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A cento metri cominica il bosco (versione italiana)

 

Giancarlo Schiaffini und Silvia Schiavoni erklären ihr ProjektGiancarlo Schiaffini e Silvia Schiavoni parlano del loro progetto nello studio della RAI

A cento metri  cominica il bosco

Guerra, memoria, natura

Lo studio della RAI si trova in Via Asiago, quartiere Prati, a Roma. Asiago è soprattutto una località in Veneto che è stata rasa al suolo nella prima guerra mondiale. La cosiddetta linea delle dolomiti, attraversava sette comuni, gli abitanti dei quali furono costretti ad allontanarsi. Nella loro nuova “patria”, la pianura padana, gli era stato vietato di esprimersi nella loro lingua madre, un’ idioma derivante dal tedesco. La maggioranza di loro, dopo la guerra, non tornò più a casa e così questa lingua si è quasi persa. Lo scrittore Mario Rigoni Stern, che era nato nel 1921 ad Asiago e che lì vi morì nel 2008, è stato uno dei rari autori che inseriva nelle sue opere letterarie alcune parole o frammenti di questa lingua.

Asiago è uno dei sette comuni nei quali è stato parlato il cimbro, una lingua tradizionale di alto tedesco, una variante del bavarese. Fino al diciottesimo secolo era lingua ufficiale e lingua ecclesiastica. Oggi sono appena 1000 persone che parlano ancora tale lingua.

Nel 2008 Silvia Schiavoni e Giancarlo Schiaffini hanno concepito la Cantata grandiosa e sensibile, in memoria di Asiago, di Rigoni Stern e della Prima Guerra Mondiale. Una fusione tra orchestra (ottoni, violoncello e percussioni), canti, Sprechgesang e video. Uno spettacolo con immagini, come loro stesso lo chiamano.

Palle Odar Spete de Leute Allesamont

Sterben – Sterben – Sterben

Giancarlo Schiaffini dirige l’orchestra Phantabrass, mentre sullo sfondo scorrono delle foto d’archivio, funeste, piene d’angoscia. E’ anche sua la musica che Silvia Schiavone interpreta oggi, cantando e declamando. Trincee e feriti, alpini che marciano attraverso le montagne innevate, lasciando orme nere sulla neve, ritagli di giornali che annunciano l’inizio della guerra, il manifesto futurista, dipinti di Giacomo Balla, Boccioni o Otto Dix, xilografie drammatiche, una carta geografica di Trieste che ricorda l’eterno dramma del Mitteleuropa, a volte intervallate invece d’immagini serene e pacifiche della natura, poi di nuovo treni strapieni, bombe che cadono, madri che salutano piangendo…in breve: la guerra e il desiderio di pace.

“Come madre si serve solo per piangere” lamenta Silvia Schiavoni. Ha adeguato vari testi di Mario Rigoni Stern, Ugo Betti, Gabriele d’Annunzio, Robert Musil, Giovanni Papini per il suo Sprechgesang schönberghiano, intercalato da un Lied di Brecht e da suoni onomatopeici, fino a quando quasi piange e commenta con delle accuse.

Normalmente, per una tale mole d’immagini e suoni, ci sarebbe stato bisogno di almeno tre cantanti sul palcoscenico. Silvia Schiavone, piena di temperamento e con molte sfumature attraversa senza fatica le ottave. E quando la musica di Schiaffini muta improvvisamente in una marcia funebre stile New Orleans, la segue anche in questa circostanza senza alcuna fatica.

Improvvisamente Schiaffini si gira e prende un trombone per accompagnare i soldati morenti sullo sfondo con un lamento commovente. Lotta e morte, speranza e rassegnazione si alternano. “Soldati marciano attraverso la città” e Silvia Schiavone riesce addirittura di marciarci insieme con la sua voce raffinata.

“La casa la rifaremo”

Avevamo la grande fortuna di esserci nello studio di RAI-3, ma la diretta è anche stata trasmessa in streaming.

Viadeoloch Asiago ha assemblato le immagini sullo sfondo. Luca Calabrese, Flavio Davanzo, Alberto Mandarini, Martin Mayes, Lauro Rossi, Sebi Tramontana, Massimo Zanotti e Beppe Caruso ai vari ottoni, Giovanni Maier al violoncello e Luca Colussi alle percussioni.

Il compositore e musicista italiano Giancarlo Schiaffini (nato 1942) dirigeva. E’ anche molto noto come trombonista del modern creative Jazz e della musica Nuova. Già da 40 anni fa parte dell’avanguardia di primo piano della musica contemporanea in Italia. Schiaffini in realtà è un fisico e ha iniziato la sua carriera musicale come autodidatta in un gruppo di Fee Jazz. Nel 1970 ha partecipato ai corsi estivi a Darmstadt e lì si era iscritto per i corsi di Stockhausen e Ligety. Dopodiché ha fondato il gruppo sperimentale di musica da camera Nuove Forme Sonore e il gruppo Romano di Ottone che oltre alla musica contemporanea suonava anche musica rinascimentale. Seguiva un periodo di studio della musica elettronica e nel 1983 si è aggregato alla Nuova Consonanza e ha iniziato con la nuova musica d’improvvisazione. Luciano Berio e Luigi Nono fanno tra l’altro parte del suo repertorio e con loro lavorava anche a stretto contatto. Nel 2000 è stato a Monaco di Baviera Composer in Residente presso il Composers & Improvisers Forum.

 E poi Silvia Schiavoni: nella scena romana è lei la star della musica elettronica contemporanea. La prima volta che l’abbiamo vista, ci ha impressionati con una performance di musica di John Cage in occasione del Romaneuropa Festival. Qui è stata ancora più intensa ed impressionante, grazie alla sua attività di cooperazione al progetto e si avverte la sua partecipazione emotiva alla storia. E’ romana, ha studiato letteratura, è esperta di Shakespeare e traduttrice di lingua inglese. E’ molto attiva nel lavoro del Centro Ricerche Musicali  (CRM) e lavora con tutti i compositori contemporanei qui presenti, come Santoboni o Battistelli.

Con il BIS ha dimostrato che regge il paragone con Ella Fitzgerald, quando ha cantato a pieni polmoni e anche danzato un brano di Gershwin, adattato da Schiaffini “embraceable you”.

Raramente abbiamo visto qualcosa di così sconvolgente ed emozionante. Geniale!!

tradotto da Brigitte Mayer

und hier zur Originalversion in deutscher Sprache

Christa Blenk

phantabrass-mit Schiaffini und Schiavoni

 

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Gisela! Oder: die merk- und denkwürdigen Wege des Glücks

gisela3

« Gisela! oder: Die merk- und denkwürdigen Wege des Glücks“

Augenzwinkernder, testamentarischer Abschiedsstreich!

Oper, sagte Henze, ist eine besonders künstliche Kunstform, bei der nichts den Tatsachen entspricht und die Musik für die Glaubwürdigkeit auch der seltamsten und ungewöhnlichsten Seelenzustände geradestehen muss. Sie muss ihre Hörer betören, verzaubern, verschrecken, beschwören, verführen, unterhalten, bei der Hand nehmen und in nächtliche Zaubergärten einlassen oder in gleissendes Tageslicht stoßen (aus Reisebilder und Böhmische Quinten). Dann sagt er weiter: « meine Musik lebt von ihren Widersprüchen, steckt voller Dornengestrüpp, Stacheln und Unannehmlichkeiten. Sie ist giftig wie Schlangenbisse, ihre Umarmungen können gefährlich werden, sich als Betrug Herausstellungen, den Erwartungen nicht entsprechen (das schrieb er 1991). 

Das großartige Teatro Massimo in Palermo hat die Saison 2015 mit Hans Werner Henzes « Gisela! oder: Die merk- und denkwürdigen Wege des Glücks“ eröffnet. Dieses „Musiktheaterstück für Sänger, Mimen, Ballett, kleinen gemischten Chor und Instrumente ist Henzes letztes großes Werk. Er hat es ganz bewusst nicht „Oper“ genannt. Zur Mozarts Zeiten hätte es die Bezeichnung „Singspiel“ bekommen. Ein großes und humorvoll-besinnliches Abschiedsgeschenk. 

Der Vorhang ist noch zu und doch beginnt beim Reingehen schon das Rätseln. Soll das ein weißer Vesuv sein oder eine Art mutiertes Riesenei? Jedenfalls bricht es plötzlich auf und Pulcinella (Gennaro) schießt heraus, um sich  in italienischer Sprache (der Rest des Werkes wurde natürlich in deutscher Sprache aufgeführt) dem Publikum vorzustellen. Dann hebt sich der Vorhang und die Reisegruppe aus Oberhausen kann am Bahnhof in Neapel ankommen. Sie sind gut gelaunt und tragen Sommerkleidung. Der Reiseleiter Gennaro, unser Pulcinella in geklonter, vielfacher Ausfertigung, begrüßt die Gruppe und bietet seine Dienste an. Gisela (man bemerke das Ausrufezeichen im Titel) mit ihren schönen hochhackigen roten Schuhen will dann auch gleich ins Nationalmuseum und Angelikas Kaufmanns Bilder bestaunen. Während der Vulkanologe Hanspeter Schluckebier, bieder, deutsch, ernst, gewissenhaft, mit grüner Jeans und Jackett sich schon auf den Vesuv freut, um ihn, in Humboldt-Manier, gründlich zu erforschen fiebern die restlichen Mitreisenden in Vorfreude dem Trip zur Amalfiküste entgegen. „Nicht weit von hier ist der Parsifal entstanden.  Richard Wagner war glücklich in Ravello“!. Allgemeinplätze werden verkündet und verbreitet und, ähnlich wie bei den Personen der Commedia dell’Arte, vermischen sich Realität mit Fiktion genau so schnell, wie man die schwarze Augenmaske aufsetzen und wieder abnehmen kann. 

Aber zuerst führen uns Henze und Dante zu einer neapolitanischen Prozession und gleich im Anschluss zu einem neapolitanischen Spektakel mit Tanz und Klamauk, eine Parodie à la Laurel und Hardy, bei der nicht nur die roten Kostüme eine Hommage an Strawinkys „Sacré du Printemps“ verkünden. Gisela und Gennaro kommen sich näher und Hanspeter wird eifersüchtig,  symbolisiert  mit gelben Rosenstöcken. Diese Szene ist herrlich und sieht so leicht und spritzig aus wie sie, laut Gennaro/Pulcinella Marcello Nardis schwierig für die Sänger war. Hunderte von diesen, fast personengroßen Rosenstöcken werden vom Pulcinella-Stamm so bewegt, dass sie zuerst den Weg von Gisela ins Glück markieren, dann zwei getrennte Zimmer andeuten, in denen die beiden  sich zur Ruhe legen können, bis die  frisch Verliebten gemeinsam die Blumenmauer einreissen und sich vereinen. Gennaros (wetterbedingte) Bedenken mit Gisela nach Oberhausen zu gehen, wischt sie kurzerhand weg „bei uns regnet es zwar oft, aber jeder hat einen Regenschirm!“  Dem kann er natürlich nichts mehr entgegensetzen. Derweil Hanspeter immer noch an die bevorstehende Hochzeit mit Gisela denkt und die Menü-Vorbereitungen anlaufen, verkündet eine andere Reiseteilnehmerin, dass Gisela und Gennaro abgereist seien. Ist es Traum oder Wirklichkeit! Der erste Akt endet grau in grau und die beiden Liebenden tanzen in grauen Trench gekleidet unter zwei grauen Regenschirmen und von der farbenprächtigen Neapelstimmung bleiben nur noch Giselas rote Schuhe und die Musik!

« Dem heiligen Januarius, durch das Wunder seines Blutes vor Hunger, Krieg, Pest und dem Feuer des Vesuvs gerettet, Neapel, seinem Mitbürger, Patron, Beschützer. » (Spruch im Dom)

Im zweiten Akt wird diese Graustimmung fortgesetzt und weist uns und die Protagonisten den  merk- und denkwürdigen Weg zum Glück und so etwas geht natürlich nur im Traum! Ironische Tutu-Balletteinlagen purzeln durch eine farbige Grimmsche Märchenwelt. Die sieben Zwerge beschützen Schneewittchen vor der bösen mann-artigen Königin, bis dann ein Jäger auftaucht und nacheinander alle bedroht, das Gewehr ständig den Besitzer wechselt und der Traum kurzzeitig zum Alptraum wird, oder sind wir vielleicht doch im Ruhrgebiet? Ein beklemmend-fröhliches Durcheinander, wie es nur in einer Scheinwelt existieren kann inklusive dem erleichterten Erwachen. Dann ist der Traum anscheinend zu Ende (oder auch nicht) und  man legt wieder die hell-fröhlichen Commedia dell’Arte- Gewänder, die ein wenig an Derwische erinnern, an. Oberhausener Regenschirme und Grau verschwinden und „Frei und glücklich“ bewegt sich das deutsch-italienische Paar Hand in Hand auf den feurigen Vesuv zu, der mittlerweile im Hintergrund rumort. „Oh, du schöner Vesuv, du bist Zeuge: Freiheit und Tugend werden immer mit uns sein“. Gennaro scheint aber Neapel dann doch nicht vor dem Ausbruch bewahrt zu haben. Ein Happy End ist es allemal, sonst hätte Henze ja nicht auf die merk- und denkwürdigen Wege zum Glück verwiesen. Emma Dante hat das jedenfalls verstanden. 

michael und Marcello ein sichtlich gerührter Michael Kerstan (er hat zusammen mit Christian Lehnert das Libretto geschrieben)  mit dem « Gennero »-Darsteller  Marcello Nardis bei der Generalprobe (Foto: Claudia Bilotti Augsdörfer)

Während der erste Akt spritzig, schnell und leidenschaftlich ist, wird die Musik im zweiten Akt langsamer, auch ernster und ist nun mehr denn je gespickt mit meisterhaften Referenzen an alle Komponisten, die für Henzes Musik und Leben wichtig waren. Immer wieder Bach-Zitate, unterbrochen von Mozart, Hindemith, Mahler, Strawinsky, ja sogar Wagner und neapolitanischer Volksmusik und natürlich Rückblicke auf sein eigenes so umfangreiches Werk.

In Neapel war er glücklich und noch als 70-jähriger schreibt Henze, wie sehr er die Neapelzeit vermisse. Das Ende ist der Anfang und der Beginn der Suche nach dem Glück. Henze der Romantiker, er hat nach schwerer Krankheit 2006/2007 nochmals 3 wichtige Werke geschrieben – unglaublich!

„Gisela“ ist ein großes zitatenreiches und symbolisches Abschiedsgeschenk aber nicht unbedingt ein Alterswerk, gedacht für junge Musiker und Sänger. Die romantische und sensible Kunststudentin Gisela Geldmaier ist sicher ein Gedanke an Henzes beste Freundin, Ingeborg Bachmann, mit der er lange Jahre in Neapel lebte. Gisela Geldmaier kommt aus Oberhausen, das liegt  um die Ecke seines Geburtsortes und seine Mutter hieß mit Mädchennamen Geldmacher.  Vielleicht war es aber auch eine Hommage an Margot Fonteyn, die Henze verehrte und die er zum ersten Mal in „Giselle“ in den 50er Jahren hat Tanzen sehen. Giselas Verlobter heißt Hanspeter, fast so wie er selber. Hanspeter ist ein gewissenhafter und akkurater Westfale, eher schüchtern im Umgang, wie Henze sein Leben lang unter einem Provinzkomplex (seine Worte) gelitten hat. Gennaro ist der Schutzheilige von Neapel, nur er kann verhindern, dass der Vesuv wieder ausbricht (was er laut Emma Dante dann aber doch tut!). Er ist draufgängerisch, hitzig und wahrscheinlich eher oberflächlich. Die beiden sind so gegensätzlich wie es das grau-schwarze Oberhausen im Vergleich zum stürmischen Vulkanausbruch eines Vesuv nur sein kann.

Henze war in den 50er Jahren selber auf  einer merk- und denkwürdigen Suche nach dem Glück und vor allem auf der Suche nach seiner Musik, nachdem er sich den Dogmen der Darmstädter Ferienkurse nicht unterwerfen wollte. In Deutschland konnte er weder atmen noch seinen späteren  „Henze-Stil“ finden. Er wurde von Stockhausen gemieden und Luigi Nono (Gigi), den er verehrte und respektierte, verließ bei der Premiere zu « Elegy for Young Lovers » das Theater schon vor der Pause (Henze berichtet darüber in seinen « Reisebildern und Böhmische Quinten »).  Schon 1953 kam er auch deshalb  nach Ischia wo er u.a. auf das Paar Wystan Hugh Auden und Chester Kallmann, mit denen er später einige Projekte durchführen würde, traf. 1956 zog er nach Neapel und schrieb fast leidenschaftliche Briefe an die Bachmann, um sie nach Neapel zu holen (wie am 15. April 1957 ein Telegramm „BITTE DICH ZU KOMMEN AUCH NUR FUER WENIGE TAGE = HANS“). Anfang der 60er Jahre ging er schließlich mit seinem langjährigen Partner Fausto nach Rom und ließ sich definitiv in Marino, in den Albaner Bergen, in der Nähe von Nemi, nieder (hier sollte später, 2006,  seine Phädra eine wichtige Rolle bekommen).

Emma Dante hat ihn verstanden und ging sehr frei und kreativ mit dem Libretto um. Sie ist in Palermo geboren und aufgewachsen. Die Mütze von Pulcinella/Gennaro sieht aus wie das Füllhorn im Oratorio di San Lorenzo oder wie ein Teil der Dachdekoration der Kirche des Hl. Giovanni. Alles greift ineinander über und alles ist im allem verbunden.

1950, in Wiesbaden, arbeitete Henze an einem Stück von Moliere « Jack Pudding ». Es kam nie zur Aufführung, erst 1995  holte er es wieder hervor, machte aus dem Pierrot einen Pulcinella, verlegte die Geschichte in die farbige und leidenschaftliche Welt von Neapel und nannte es « Pulcinella alla ricerca della Fortuna per le strade die Napoli » (Pulcinella auf der Suche nach dem Glück in den Straßen von Neapel) - ist die Gisela vielleicht hieraus entstanden? Pulcinella und Schluckebier, allein schon die Namen sprechen von seinen beiden Seelen, der westfälischen und der italienischen. In Neapel war er sehr glücklich und dort lässt er nun sein letztes Werk spielen.

gisela5

Das Libretto haben Christian Lehnert und Michael Kerstan geschrieben.  Die außergewöhnliche Akkustik in diesem  Theaters unterstrich nochmals das Können der Sänger und das Publikum  wurde von der Euphorie, die die Protagonisten untereinander hatten, angesteckt. Constantin Trinks hat das Hausorchester und die Solisten wunderbar durch diesen bunten seltsamen Traum geführt. Vanessa Goikoetxea (wir haben sie gesehen und sie war zauberhaft, verträumt und doch entschieden und bewegte sich mit großer Grazie in ihren hochhackigen roten Schuhen) und Arianna Vendittelli sangen Gisela, Lucio Gallo  und Szymon Komasa waren Hanspeter und Gennaro Esposito wurde abwechselnd von Roberto De Biasio (im Bild – auch er war ein verführerischer und charmanter Pulcinello-Reiseleiter) und Marcello Nardis gesungen. Das sind dann auch schon die drei Hauptpersonen, die allerdings so gut wie immer präsent sind (vor allem Gisela und Gennaro). Die originellen Kostüme hat Vanessa Sannino entworfen, die Choreografie Sabino Civilleri und Manuela Lo Sicco. 

„Genau so hätte der Maestro sich seine Gisela gewünscht!“   Diesen Satz gab einer der Librettisten, Michael Kerstan, nach der Generalprobe von sich.

Als gemeinsames Auftragswerk der Ruhrtriennale und der Semperoper Dresden wurde Gisela 2010 kurz hintereinander in unterschiedlichen Versionen aufgeführt. Der damals 84jährige Henze hat für die Dresdner-Version  noch am Tag der Premiere per Email Änderungen geschickt! Typisch für Henze, der im Laufe seines Lebens, sehr oft ein Stück wieder und wieder umgeschrieben hat. 

Das Teatro Massimo in Palermo, das übrigens die drittgrößte Bühne aller europäischen Theater hat und die beste Akkustik aufgrund einer Konstruktion der Bühne, die dem Maul einer griechischen Theatermaske entspricht,  hat sich nun daran gewagt und ist stolz darauf, hat doch der Maestro den Großteil seines Lebens im Süden von Italien verbracht. 

Schade ist nur, dass man diese Version nicht ein wenig auf die Reise schicken kann! Es kommt einer Verschwendung gleich, diese Ideen und Einfälle wieder wegzusperren.

Christa Blenk

Fotos: Christa Blenk

Nachklapp: Am nächsten Morgen hatten wir dann das große Glück und wurden vom Stage Director Ludovico Rajata durch das Theater geführt und konnten beim Abbau von « Gisela » ein wenig – fast bedauernd es nicht nochmals sehen zu können - dabei sein.

abbau giselaHier sieht man noch den Verlobungskuchen (der ja nicht gegessen wurde weil die Verlobung nicht stattgefunden hat) und im Hintergrund die religiösen Prozessionsfiguren, mit denen am Anfang des Singspiels die  ankommenden Ruhrgebietler gleich mit dem religiös-paganen Neapel konfrontiert wurden. Der ganze Zauber dieses Opernhauses sprang hier auf uns über als auf der einen Seite « Gisela » verschwand und im nächsten Raum schon für die nächste Veranstaltung geprobt wurde oder die Tänzer für Orpheus und Euridice von Gluck probten (es wirde Ende Februar aufgeführt). Treppen rauf, Treppen runten kommen wir in den Keller und dann in die Königsloge. Dank an den Stage Direktor Ludovico Rajata, der uns netterweise durch das Theater geführt hat.

 Reisebericht

 

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Arteinmemoria8

 P1200864P1200865
Auf dem Weg zur Ausstellung

Zum achten Mal findet seit heute die Biennale Zeitgenössischer Kunst in den Ruinen der Synagoge in Ostia Antica statt.

 

P1200890 “Sinergia” Stih & Schnock

Man muss sich diesen Besuch erarbeiten oder ergehen, da sich die verbleibenden Reste der Synagoge am hinteren Ende, d.h. ca. 1,5 km vom Haupteingang dieser archäologischen Anlage entfert, befinden. Manchmal vermisst man eine notwendige Infotafel, kommt aber dann gleich wieder auf den richtigen Weg, obwohl der Wächter am Einfang uns lieber mit dem Shuttle geschickt hätte, der aber grad nicht da war. Dabei kann man sich gar kein schöneres Annähern vorstellen, als über den Decumanus Maximum.

Die bis jetzt dort installierten Kunstwerke integrieren sich so perfekt in ihr Umfeld, dass man sie nicht immer gleich als solche erkennen kann. Man muss sich mit Ihnen auseinandersetzten.  Die « Gheniza per Ostia », die Michael Rakowitz 2013 dort zwischen Steinen und Pinien gepflanzt hat, entpuppt sich erst beim zweiten Hinsehen als Kunstwerk! Ähnlich ging es uns mit der Stella Polare.

Dieses Jahr kamen Werke von Ludovica Carbotta, Enrico Castellani und von den deutschen Künstlern Stih & Schnock dazu.

Der US Künstler Sol Lewitt hat 2002 das erste Objekt dort errichtet: Die runde Halbmauer aus dem rötlichen Ton der Ruinen ist perfekt integriert. Diese Mauer sowie der Ziegelbaumwald des portugiesischen Künstlers Pedro Cabrita Reis, sind die interessantestes Werke.

P1200881P1200899P1200896
Sol Lewitt (Untitled, 2002); vorne Michael Rakowitz 2013); dahinter Ziegelbaumwald von Pedro Cabrita Reis (Untitled, 2005); Liliana Moro (Stella Polare, 2011)

P1200895 Mosaik mit einem Salomon-Knoten

1961 hat man am Rande dieser Archäologischen Anlage  die Synagoge entdeckt – schon außerhalb der Stadtmauern. Im ersten 1. Jahrhundert n.Chr. (noch bevor das ursprünglich als Militärlager gedachte Ostia entstand) wurde sie errichtet und das macht sie zu einem der ältesten bekannten Bethäuser der jüdischen Diaspora. Die Backstube, der Betplatz  und das Bad sind  ziemlich gut zu erkennen und man sieht noch einige intakte Mosaike, wie das mit dem Salomon-Knoten. Der Rest ist im nahe gelegenen Museum zu besichtigen.

(Bemerkenswert ist übrigens auch die Entdeckung durch das Deutsche Archäologische Institut Ende der 90er Jahre einer Kirche oder Basilika, es handelt sich hierbei wahrscheinlich umd ie Bischofskirche von Ostia aus dem 4. Jahrhundert.)

In Ostia sollen zeitweise bis zu 100 000 Leute gelebt haben; allein das Amphitheater fasste an die 4000 Besucher. Die Anlage ist nach Pompeji und Herculanum eine der am besten  erhaltenen.

P1200893
vorne: Ludovica Carbotta « Plenum » 2015, im Hintergrund « Fuor di Metafora » von Enrico Castellani (2015)
 

Die Kunsthistorikerin Adachiara Zevi kuratierte diese Ausstellung und hat das Projekt 2002  in Zusammenarbeit mit dem Goethe Institut Rom und der Casa della Memoria e Historia, Rom ins Leben gerufen. Die Ausstellung läuft noch bis Mitte April, wobei einige Arbeiten permanent dort verbleiben. Arteinmemoria è un progetto curato da Adachiara Zevi.

mehr:

Christa Blenk

Fotos: Christa Blenk

 

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Fiorenzo Zaffina

P1200825P1200857mauerstück
Kunstwerk und römische Mauer (Muro torto) – Trastevere

Italienischer Künstler – zwischen Konzeptkunst und Popskulptur

Fiorenzo Zaffina kommt aus Kalabrien, aber wenn man durch Rom spaziert, sieht man seine Werke überall. Mittlerweile lebt er in Rom, im Herzen von San Lorenzo hat er stein Studie. Zaffina ist Architekt und Journalist und war jahrelang künstlerischer Direktor von l’Espresso. In seinem Atelier in San Lorenzo spürt man den Zwang zur Ordnung, den ein Architekt braucht. Umso beeindruckender ist es, dass er baut und zerstört. Zaffina legt Mauern frei, d.h. seine Kunstwerke sind gerade das, was den Mauern nach der Bearbeitung fehlt.  Sie sind lebendige Abbilder seiner Stadt Rom.

P1200826 P1200831 Die Skulptur rechts heisst Yoga und stellt einen Yogaturner dar, der aus Yoga-Saftkonserven (die er vorher alle trinken musste) hergestellt ist (auf dem Bild die römische Künstlerlin und Expertin für Radierungen an der Kunstakademie Rom,  Anna Romanello und Jean Noel)

Zaffina hat viele Preise gewonnen und an unzähligen Biennalen in Italien teilgenommen.

Christa Blenk

Fotos: Christa Blenk aufgenommen in seinem Atelier in San Lorenzo

 

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Römische Nacht

Römische Nacht

Foto: Christa Blenk

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- La Serva Padrona - Palladium 25/3/2015
- Musica nella Roma di Bernini - St. Agnese in Agone

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